Ondas do mar de Vigo,
se vistes meu amigo?
E ai Deus!, se verra cedo?
Ondas do mar levado,
se vistes meu amado?
E ai Deus!, se verra cedo?
Se vistes meu amigo,
o por que eu sospiro?
E ai Deus!, se verra cedo?
Se vistes meu amado,
por que ei gran coidado?
E ai Deus!, se verra cedo?
Onde del mare di Vigo,
avete visto il mio amante?
O Dio, tornerà presto?
Onde del mare turbolente,
hai visto il mio amato?
O Dio, tornerà presto?
Hai visto il mio amante
per il quale io sospiro?
O Dio, tornerà presto?
Hai visto il mio amante
che amo così tanto?
O Dio, tornerà presto?
MARTIN CODAX
venerdì 15 febbraio 2019
mercoledì 14 gennaio 2015
Seigneurs, sachiez: qui on ne s'en ira
Signori, sappiatelo: chi ora non andrà
In quella terra in cui il Redentore fu ucciso e resuscitò
E chi non prenderà la croce d'oltremare,
È difficile che possa mai andare in paradiso.
Chi ha in sé pietà e rimembranza
Deve pretendere vendetta dell'alto Signore
E liberare la sua terra e il suo paese.
Rimarranno di qua tutti i malvagi
Che non amano Dio, né il bene, né l'onore, né il pregio;
Ed ognuno di loro dice: ”La mia donna, che farà?
Non lascerò per nessuna ragione i miei amici”.
Essi sono caduti in troppo irragionevole preoccupazione,
perché non c'è amico all'infuori di colui, in verità,
Che per noi fu posto sulla santa croce.
Ora partiranno i valenti baccellieri
che amano Dio e la pubblica reputazione,
E che saggiamente vogliono andare nella terra del Signore,
Mentre i pavidi, gli imboscati rimarranno;
Ciechi sono, non ho alcun dubbio al riguardo.
Colui che nella sua vita non porta soccorso a Dio,
Per così poco perde la stima generale.
Il Signore si lasciò per noi martoriare sulla croce
E ci dirà il giorno in cui tutti converremo:
”Voi che mi aiutate a portare la croce,
Voi ve ne andrete là dove sono i miei angeli;
Là vedrete me e mia madre Maria.
E voi da cui non ebbi mai aiuto
Discenderete tutti nel profondo inferno”.
Ognuno pensa di vivere sempre felice
E di non dovere mai sperimentare il male;
Il Nemico e il peccato li possiedono a tal punto
Che essi non hanno senno, né ardire, né forza.
Dolce Signore Iddio, togliete loro tale convinzione
E collocate noi nel vostro regno
Così santamente che vi possiamo vedere!
Cara signora, regina coronata,
Pregate per noi, Vergine beata!
Così, in seguito, nulla di male potrà capitarci.
THIBAUT DE CHAMPAGNE
In quella terra in cui il Redentore fu ucciso e resuscitò
E chi non prenderà la croce d'oltremare,
È difficile che possa mai andare in paradiso.
Chi ha in sé pietà e rimembranza
Deve pretendere vendetta dell'alto Signore
E liberare la sua terra e il suo paese.
Rimarranno di qua tutti i malvagi
Che non amano Dio, né il bene, né l'onore, né il pregio;
Ed ognuno di loro dice: ”La mia donna, che farà?
Non lascerò per nessuna ragione i miei amici”.
Essi sono caduti in troppo irragionevole preoccupazione,
perché non c'è amico all'infuori di colui, in verità,
Che per noi fu posto sulla santa croce.
Ora partiranno i valenti baccellieri
che amano Dio e la pubblica reputazione,
E che saggiamente vogliono andare nella terra del Signore,
Mentre i pavidi, gli imboscati rimarranno;
Ciechi sono, non ho alcun dubbio al riguardo.
Colui che nella sua vita non porta soccorso a Dio,
Per così poco perde la stima generale.
Il Signore si lasciò per noi martoriare sulla croce
E ci dirà il giorno in cui tutti converremo:
”Voi che mi aiutate a portare la croce,
Voi ve ne andrete là dove sono i miei angeli;
Là vedrete me e mia madre Maria.
E voi da cui non ebbi mai aiuto
Discenderete tutti nel profondo inferno”.
Ognuno pensa di vivere sempre felice
E di non dovere mai sperimentare il male;
Il Nemico e il peccato li possiedono a tal punto
Che essi non hanno senno, né ardire, né forza.
Dolce Signore Iddio, togliete loro tale convinzione
E collocate noi nel vostro regno
Così santamente che vi possiamo vedere!
Cara signora, regina coronata,
Pregate per noi, Vergine beata!
Così, in seguito, nulla di male potrà capitarci.
THIBAUT DE CHAMPAGNE
venerdì 29 agosto 2014
Contrasto del povero e del ricco
Dice Il
Povero
(presentandosi alla casa del Ricco):
ANONIMO dalle «laudes Evangeliorum» dei laudari delle confraternite di Perugia
Per mercè vôi che vedete
La dolente carne nuda,
Se podere alcuno avete,
A una necessità sì cruda
Sovenite, che mia vita
Non faccia sì dura partita.
Il Ricco,
dice al
Povero:
Assai pietà de voi ce prende
Che sì pover te vedemo;
Ma tale scusa ce defende,
Ch'aitare non te podemo.
Vanne a colui ch'à dell'avere,
Che de bien fare à 'l buon podere.
Il Povero:
Tu se' ricco, per Dio,
Fanne alcuna caritade,
Chè bien sano non so' io
Colla molta povertade,
Per l'amore de chi l'à dato,
Acciò te sia raccomandato.
Il Ricco:
Chi è colui che i' m'à donato
Che per suo amor io te ne dia?
Io sì 'l m'aggio aguadagnato
Procurando nocte e dia,
E parte fo
del pate mio,
Però te dico: va con Dio.
Il Povero:
Tucte quante avemo un Pate
De tutta gente criatore;
De quiste cose aradunate
Tu ne se' despensatore,
E de la tua despensatione
Tu arenderai ragione.
Il Ricco:
Se noi tucte avemo un pate
Donqua semo noi frateglie.
Perchè non semo aguagliate
De ricchezza onne quegle?
L'uno ricco l'altro none
Chi meie più cura quillo à piune.
Il Povero:
Frate mio, la veretade
Ensieme unite ragioniamo.
El nostro pate à una
citade,
Vuol che tucte ci andiamo.
E la su serìm biate
Quante ce seròn locate.
Il Ricco:
Bien se può tener biato
Chi à 'l inondo agio e delecto,
Ed è ricco ed adagiato
E d'orme biene agio è refecto.
Io non curo d'altra vita,
Chè questa io aggio bien fornita.
Il Povero:
Frate, non te dei durare,
Non ci poner toa speranza,
Fa quel ben che tu può fare
De la tua grande abundanza:
Onne cosa lasseraie.
E nudo te departeraie.
Il Ricco
(
irritato, scacciandolo):
Tu m'ai tolto el mio udire,
Tanto m'aie favellato;
Brigate de partire
Se non vuole essere mazegiato:
Vei' che posso sì godere,
tu me parli del morire!
Il Povero:
Ricco, perchè me descaccie
E dàime tante bastonate?
Date m'aie molte pontaccie
Tu sì te fide en tuo avere
non crede mai morire.
Fallita t'è la tua speranza,
Va che verraie strangolato.
Ed io te giuro en mia lianza,
Lasseraie ciò ch'ai radunato,
Serai menato en giù lo 'nferno
A quil fuoco sempiterno.
Ancora Il Povero
(solo nella strada, davanti alla casa del Ricco):
Io te rengrazio, Segnor mio,
De tanta pena ch'io sostengo:
Più andare non posso io,
E più erto non me tengo,
Un pocolin me voi posare,
Mo' me posso mei grullare.
O signor che me criaste,
Resguarda le miei povertade,
Vo tutto nudo e pien de straccie,
Non trovo chi me voglia aitàre;
Al ricco chiese per tuo amore,
Cacciato m'à con gran romore.
Gli appare un Angelo:
Vien qua pover descacciato
Colla molta povertade;
El paradiso t'ò serbato
Che sia la tua redetade.
El ricco colla sua ricchezza
Starà en pena ed en tristezza.
Ancora L'Angelo
(minacciando, verso la casa del Ricco):
Che pense avere lunga vita!
Tu se' molto superbioso,
Tosto faraie la partita;
D'onne bien serai privato,
Perché al pover se' stato engrato.
Il
Ricco (nella sua bella casa):
Or te gode anima mia
A tuo modo tra delecto,
Pin'é la tua massarìa,
D'onne biene aie refecto:
Lungamente puoi godere,
De nulla cosa non temere.
Lucifero ai
Demoni
(nell'Inferno):
Balzabuth sta su en piede,
Vanne al ricco de presente:
De mia parte s'il richiede
Ch'a me si venga amaramente;
Perché 'gl' à 'l pover descacciato
Da noi deve esser tormentato.
I Demoni al
Ricco
(nella casa del Ricco):
Viene devante a Satanasse,
Ch'el te comanda per vero,
E le recchezze tu sì lasse,
E coprirte vôi de nero,
Per darte l'arra
de lo 'nferno:
La giù staraie en sempiterno.
Il Ricco:
Perchè me daie tu questa entenza,
Ei mieie dilecte
sì me guaste?
I Demoni:
Ché tu non feste penetenza,
Né al povero non donaste,
Aveste el tempo e non voleste;
Vien qua giù cogli altri triste.
Il Ricco:
Io non vorrìa mai esser nato,
Puoi ch'io torno a tanta pena!
Cristo sì m'à abandonato,
E la vergine Maria.
Cristo, la tua divinitade
Biastimerolla sempre maie.
I Demoni al Ricco
(traendolo a forza nell'
Inferno):
Vienne avaro pecunioso,
Ch'adoraste la moneta,
Giò 'n lo 'nferno a star doglioso,
A patère pena enfinita;
En cangio del mondan tesoro
Daglie, demonia, gran martoro!
Lucifero:
Longamente t'ò aspectato
Per poderte tormentare;
Ministre mie or lo pigliate,
E qui se faccia el macellare:
Asmodeo e Belzabucte,
Astaroth dico, Aliabutte.
Il Ricco:
Aqua, ghiaccio e
fuoco arsente,
Quiste sono le mie pene;
Io so' messo tra i serpente,
Mangiano le carni mieie,
Cristo perchè me criaste,
Puoi ch'a lo 'nferno me dannaste?
Lucifero:
Stemperate oro e argento,
Dateglielo per beveraggio;
Fuoco e fiamma e gran tormento:
Sempre faccia quisto saggio,
Ch'eglie l'à bien meretato.
Starà con noi acompagnato.
Il Ricco
(volgendosi alla soglia del Paradiso,
grida ad Abramo):
Abraam per cortesia
Or m'entende un pocolello.
Entro l'acqua sì l'entenga,
E sì mel poni su la lengua.
Abramo:
Ricco, tu ne sei privato,
Nol poderaie aver giammaie.
Tra noie e voie è un gran fossato,
Non curam de vostre guaie,
Tu del pover non curaste:
Il Ricco:
Abraam, vógliete pregare
Che me deggie ancora udire.
Fa alcun morto suscitare,
Ai mieie parente tu i' fa gire:
Che faccian sì buona vita,
Abramo:
Eglie aggion la Scriptura,
Entendenla con dirictura,
Come l'odon predecare;
Chi serà ricco de malo affecto
Con esso teco serà electo.
Ancora
Abramo
(volgendosi agli spettatori):
A tucte dòi esto conseglio,
Che viviate en caritade.
Cristo el disse: per lo meglio
Fa col povero amistade;
Perciò che suo è 'l paradiso;
El ricco se ne sta diviso.
Anca questo ve recordo
De far sempre penetentia,
A l'uom dannato si remorde
Sempre maie la coscienza;
Sì ve conduca a salvatione.ANONIMO dalle «laudes Evangeliorum» dei laudari delle confraternite di Perugia
martedì 1 luglio 2014
Cantico delle creature
«Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente
messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è
bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta
significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et
sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dai sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi' Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne
sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et
herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterrano in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale
nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata
mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la
morte secunda no 'l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore' et ringratiate et serviateli cum grande humilitate»
FRANCESCO D'ASSISI
venerdì 21 febbraio 2014
S'i fosse fuoco
S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.
CECCO ANGIOLIERI
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.
CECCO ANGIOLIERI
sabato 27 luglio 2013
Sire cuens, j’ai vielé
Signor conte, ho suonato la viella
davanti a voi, nel vostro palazzo,
e non mi avete regalato nulla,
né pagato salario:
è villanìa!
Per la fede che devo a Santa Maria,
così non potrò stare al vostro seguito:
la mia scarsella è poco fornita
e la mia borsa poco piena.
Signor conte, suvvia comandate
quel che volete di me.
Signore, se v´aggrada,
suvvia, donatemi un bel dono,
per cortesia!
Ché ho desiderio, non ne dubitate,
di tornare dai miei:
quando faccio ritorno a borsa vuota
mia moglie non mi sorride!
Anzi mi dice: “Signor Babbeo,
in che paese siete stato,
che non avete guadagnato nulla?
Troppo siete andato a spasso
giù per la città.
Guardate come è floscio il vostro zaino:
è pieno soltanto di vento.
Sia vituperato chi ha voglia
di stare in vostra compagnia!’
Ma quando torno a casa
e mia moglie ha adocchiato
sulle mie spalle gonfia la bisaccia
e ch´io son ben vestito
d´un abito foderato,
sappiate ch´ella subito ha deposto
giù la conocchia senza far commedie,
e mi sorride schiettamente
e mi getta le braccia al collo.
Mia moglie corre a sciogliere
il mio zaino senza indugio;
la mia serva corre ad ammazzare
due capponi per cucinarli
alla salsa d´aglio;
mia figlia mi porta un pettine
con le sue mani, cortesemente.
Allora son padrone a casa mia
più che nessuno potrebbe narrare.
COLIN MUSET
davanti a voi, nel vostro palazzo,
e non mi avete regalato nulla,
né pagato salario:
è villanìa!
Per la fede che devo a Santa Maria,
così non potrò stare al vostro seguito:
la mia scarsella è poco fornita
e la mia borsa poco piena.
Signor conte, suvvia comandate
quel che volete di me.
Signore, se v´aggrada,
suvvia, donatemi un bel dono,
per cortesia!
Ché ho desiderio, non ne dubitate,
di tornare dai miei:
quando faccio ritorno a borsa vuota
mia moglie non mi sorride!
Anzi mi dice: “Signor Babbeo,
in che paese siete stato,
che non avete guadagnato nulla?
Troppo siete andato a spasso
giù per la città.
Guardate come è floscio il vostro zaino:
è pieno soltanto di vento.
Sia vituperato chi ha voglia
di stare in vostra compagnia!’
Ma quando torno a casa
e mia moglie ha adocchiato
sulle mie spalle gonfia la bisaccia
e ch´io son ben vestito
d´un abito foderato,
sappiate ch´ella subito ha deposto
giù la conocchia senza far commedie,
e mi sorride schiettamente
e mi getta le braccia al collo.
Mia moglie corre a sciogliere
il mio zaino senza indugio;
la mia serva corre ad ammazzare
due capponi per cucinarli
alla salsa d´aglio;
mia figlia mi porta un pettine
con le sue mani, cortesemente.
Allora son padrone a casa mia
più che nessuno potrebbe narrare.
COLIN MUSET
venerdì 18 gennaio 2013
D'un'amorosa voglia
«D'un'amorosa voglia
d'amar incomenzai,
donna, quando sguardai
lo vostro viso placent'e adorno.
D'un'amorosa voglia
d'amar incomenzai,
donna, vostro vallore;
or m'è tornato 'n doglia,
sí ch'eo nun credo mai
ralegrar lo meo core;
poi sun de vita fore,
donna, pensando bene
la pena che sostene
la vostra signorïa zascun zorno».
«Nun crezati, meo sire,
che per pena ch'eo senta
muti cor né talento.
La mia ment'e 'l desire
molto se ne contenta
et è llui placemento.
Dunqua provedemento
azati al nostr'amare
in volerlo cellare,
ché de voler senza vui non sezorno».
BIAGIO AULIVERII
d'amar incomenzai,
donna, quando sguardai
lo vostro viso placent'e adorno.
D'un'amorosa voglia
d'amar incomenzai,
donna, vostro vallore;
or m'è tornato 'n doglia,
sí ch'eo nun credo mai
ralegrar lo meo core;
poi sun de vita fore,
donna, pensando bene
la pena che sostene
la vostra signorïa zascun zorno».
«Nun crezati, meo sire,
che per pena ch'eo senta
muti cor né talento.
La mia ment'e 'l desire
molto se ne contenta
et è llui placemento.
Dunqua provedemento
azati al nostr'amare
in volerlo cellare,
ché de voler senza vui non sezorno».
BIAGIO AULIVERII
martedì 27 novembre 2012
Amor, che lungiamente m'ài menato
Amor, che lungiamente m’ài menato
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retine, in pietanza,
chè soperchianza - m’a vinto e stancato;
c’ò più durato - ch’eo non ò possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che non fa assessino asorcuitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este affanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare;
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, - prenda voi merzide,
che ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze ciera co sguardo soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
trajete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra - e gran trataglia nd’ avi:
ca si gran travi - poco ferro serra,
e poca pioggia grande vento aterra,
però, madonna, non vi ’ncresca gravi,
s’Amor vi sforza, c’ogni cosa inserra;
chè certa no gli è troppo disinore
quand’omo è vinto da un suo megliore,
e tanto più da Amor che vince tutto.
Però non dutto - c’Amor non vi dismova
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran belleza
orgoglio non convegna e stiavi beni,
c’a bella donna orgoglio ben conveni,
che si manteni - in pregio ed in grandeza.
Troppa altereza - è quella che sconveni;
di grande orgoglio mai ben non aveni.
Però, madonna, la vostra dureza
convertasi in pietanza e si rinfreni;
non si distenda tanto ch’io ne pera.
Lo sole è alto, si face lumera,
e via più quanto ’n altura pare:
vostro orgogliare, - per zo, e vostra alteze
fac[i]ami pro’ e tornimi in dolceze.
E’ allumo dentro e sforzo in far semblanza
di non mostrar zo che lo meo cor senti.
Oi quant’è dura pena al cor dolenti
stare tacenti - e non far dimostranza!
Chè la pesanza - a la ciera consenti,
e fanno vista di lor portamenti,
cosi son volentieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramenti.
Forza di senno è quella che soverchia
ardir di core, asconde ed incoverchia.
Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare - ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n errore.
Amor fa disviare li più saggi,
e chi più ama a pena à in sè misura;
più folle è quello che più si ’nnamura.
Amor non cura - di far suoi dannaggi,
ca li coraggi - mette in tal calura,
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ lor cominciamenti per natura.
Dunque, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra man dentro e di fore,
ch’Amor mi sbatte e smena che no abento,
sì come vento - smena nave in onda.
Voi siete meo pennel che non affonda.
GUIDO DELLE COLONNE
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retine, in pietanza,
chè soperchianza - m’a vinto e stancato;
c’ò più durato - ch’eo non ò possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che non fa assessino asorcuitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este affanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare;
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, - prenda voi merzide,
che ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze ciera co sguardo soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
trajete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra - e gran trataglia nd’ avi:
ca si gran travi - poco ferro serra,
e poca pioggia grande vento aterra,
però, madonna, non vi ’ncresca gravi,
s’Amor vi sforza, c’ogni cosa inserra;
chè certa no gli è troppo disinore
quand’omo è vinto da un suo megliore,
e tanto più da Amor che vince tutto.
Però non dutto - c’Amor non vi dismova
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran belleza
orgoglio non convegna e stiavi beni,
c’a bella donna orgoglio ben conveni,
che si manteni - in pregio ed in grandeza.
Troppa altereza - è quella che sconveni;
di grande orgoglio mai ben non aveni.
Però, madonna, la vostra dureza
convertasi in pietanza e si rinfreni;
non si distenda tanto ch’io ne pera.
Lo sole è alto, si face lumera,
e via più quanto ’n altura pare:
vostro orgogliare, - per zo, e vostra alteze
fac[i]ami pro’ e tornimi in dolceze.
E’ allumo dentro e sforzo in far semblanza
di non mostrar zo che lo meo cor senti.
Oi quant’è dura pena al cor dolenti
stare tacenti - e non far dimostranza!
Chè la pesanza - a la ciera consenti,
e fanno vista di lor portamenti,
cosi son volentieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramenti.
Forza di senno è quella che soverchia
ardir di core, asconde ed incoverchia.
Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare - ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n errore.
Amor fa disviare li più saggi,
e chi più ama a pena à in sè misura;
più folle è quello che più si ’nnamura.
Amor non cura - di far suoi dannaggi,
ca li coraggi - mette in tal calura,
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ lor cominciamenti per natura.
Dunque, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra man dentro e di fore,
ch’Amor mi sbatte e smena che no abento,
sì come vento - smena nave in onda.
Voi siete meo pennel che non affonda.
GUIDO DELLE COLONNE
lunedì 1 ottobre 2012
Amor m'a priso
Amor m'a priso e incarnato tutto,
e a lo core di sé fa posanza,
e di ciascuno menbro tragge frutto,
dapoi che priso à tanto di possanza.
Doglia, onta, danno àme condutto
e del mal meo mi fa 'ver disïanza,
e del ben di lei spietato m'è 'n tutto:
sì meve e ciascun c'ama à 'n disdegnanza;
Spessamente il chiam'e dico: «Amore,
chi t'à dato di me tal signoraggio,
ch'ài conquiso meo senno e meo valore?»
Eo prego che.tti facci meo messaggio
e che vadi davante 'l tuo signore
e d'esto convenente lo fa' saggio.
GUITTONE D'AREZZO
sabato 22 settembre 2012
Amore è uno desi[o] che ven da' core
Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:
ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
JACOPO DA LENTINI
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:
ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
JACOPO DA LENTINI
mercoledì 3 agosto 2011
Versus ad regem precando - Preghiera a Carlo Magno
Verba tui famuli, rex summe, adtende sereus,
respice et ad fletum cum pietate meum.
Sum miser, ut mereor, quantum vix ullus in orbe est;
semper inest luctus, tristis et hora nihi.
Septimus annus adest, ex quo nova causa dolores
multiplices generat et mea corda quatit.
Captivus vestris extunc germanus in oris
est meus, afflicto pectore, nudus, egens.
Illius in patria coniunx miseranda per omnes
mendicat plateas ore tremente cibos.
Quattuor hac turpi natos sustentat ab arte,
quos vix pannuciis praevalet illa tegi.
Eat mihi, quae prims Christo sacrata sub annis
excubat, egregia simplicitate soror:
haec sub sorte pari luctum sine fine retentans
privata est oculis iam prope flendo suis.
Quantulacunque fuit, direpta est nostra suppellex,
nec est, heu, miseris qui ferat ullus opem.
Coniunx est fratris rebus exclusa paternis,
iamque sumus servis rusticitate pares.
Nobilitas perit miseris, accessit egestas:
debuimus, fateor, asperiora pati.
Sed miserere, potens rector, miserere, precamur,
et tandem finem his, pic, pone malis !
Captivum patriae redde et civilibus arvis,
cum modicis rebus culmina redde simul,
mens nostra ut Christo laudes in saecla frequentet,
reddere qui solus praemia digna potest.
O re grande, ascolta benigno le parole del tuo servo,
guarda con pietà al mio pianto.
Sono infelice quanto nessun altro al mondo, come mi merito;
vivo sempre nel lutto e la mia vita prosegue tristemente.
È il settimo anno da che una causa inattesa mi provoca
dolori senza fine, scuotendo il mio cuore.
Da allora, nelle tue terre, mio fratello è prigioniero,
affranto nell'animo, nudo e senza mezzi.
La sposa miseranda in patria per tutte le piazze
chiede senza tregua del cibo con voce tremante.
Così amaramente provvede ai quattro figlioli,
e a stento riesce a ricoprirli di miseri panni.
Ho anche una sorella dagli anni della giovinezza a Cristo
consacrata, un animo di raro candore il suo:
la sorte per lei è di un'uguale trsitezza e vive un dolore senza fine,
il pianto dirotto le ha quasi tolto la vista.
I nostri beni, per quanto modesti, sono stati trafugati,
non esiste, ahimè, chi porti aiuto ai miseri.
La sposa del fratello è esclusa dai beni paterni,
e la nostra miseria ci fa simili ormai ai servi.
Caduta la nobiltà, per i miseri si è aggiunta l'indigenza.
Avremmo dovuto patire, confesso, mali più duri.
Ma tu, che tutto reggi, abbi di noi pietà, ti preghiamo,
poni fine ai nostri mali, o clemente.
Restituisci il prigioniero alla patria e alla terra
degli avi e con poche cosr ridaglli anche un tetto
perché la nostra anima celebri per sempre le lodi al Cristo,
che solo può darr la giusta ricompensa.
PAOLO DIACONO
martedì 31 maggio 2011
Moderni perspicaciores sunt quam antiqui,
sed non sapientiores...
sumus quasi nanus aliquis humeris gigantis superpositus
..plura videmus antiquis, quia scripta nostra parva
et magnis operibus superaddita,
sed non ex ingenio et labore nostro, immo illorum.
I moderni sono più perspicaci degli antichi,
ma non più sapienti...
siamo come un nano sulle spalle di un gigante...
vediamo più degli antichi perché i nostri piccoli scritti
si aggiungono a grandi opere:
il tutto, però, risulta non dal nostro ingegno e
dalla nostra fatica, ma dalla loro.
GUGLIELMO DI CONCHES
lunedì 10 gennaio 2011
Aut lego vel scribo - O leggo o scrivo
Aut lego vel scribo, doceo scrutorve sophiam,
obsecro celsithronum nocte dieque meum.
Vescor, poto libens, rithmizans invoco Musas,
dormisco stertens, oro deum vigilans.
Conscia mens scelerum deflet peccamina vitae:
parcite vos misero, Christe, Maria, viro!
O leggo oppure scrivo, imparo e verifico la saggezza,
di giorno e di notte imploro il mio celeste signore.
Mangio, bevo volentieri, componendo versi invoco le Muse,
dormo russando, quando sto sveglio prego Iddio.
Conscia dei peccati, l'anima piange gli errori del vivere:
Cristo, Maria, abbiate pietà di un poveraccio come me!
SEDULIO SCOTO
giovedì 17 giugno 2010
Bien amar leal servir - Amor giusto e fido servire
Bien amar, leal servir,
cridar et dezir mis penas,
es sembrar en las arenas
o en las ondas escrevir.
Si tanto quanto servì
sembrara en la ribera,
tengo que reverdesciera
et diera fructo de sì.
Et aun por verdat dezir,
si yo tanto escreviera
en la mar, yo bien podiera
todas las ondas tenir.
Amor giusto e fido servire,
dire le pene oppur gridarle,
è seminar dentro la sabbia
o porsi a scrivere nell'onde.
Se quanto feci nel servire
fosse seme lungo la spiaggia,
io son certo sarebbe verde
o darebbe frutto di sé;
a voler dire il vero ancora,
ove scrivessi così tanto
dentro il mare, bene potrei
dar dell'inchiostro all'onde intere.
JUAN RODRÌGUEZ DEL PADRÒN
cridar et dezir mis penas,
es sembrar en las arenas
o en las ondas escrevir.
Si tanto quanto servì
sembrara en la ribera,
tengo que reverdesciera
et diera fructo de sì.
Et aun por verdat dezir,
si yo tanto escreviera
en la mar, yo bien podiera
todas las ondas tenir.
Amor giusto e fido servire,
dire le pene oppur gridarle,
è seminar dentro la sabbia
o porsi a scrivere nell'onde.
Se quanto feci nel servire
fosse seme lungo la spiaggia,
io son certo sarebbe verde
o darebbe frutto di sé;
a voler dire il vero ancora,
ove scrivessi così tanto
dentro il mare, bene potrei
dar dell'inchiostro all'onde intere.
JUAN RODRÌGUEZ DEL PADRÒN
lunedì 7 giugno 2010
Omnis mundi creatura - Il mondo corre via
Omnis mundi creatura
quasi liber et pictura
nobis est in speculum;
nostrae vitae, nostrae mortis,
nostri status, nostrae sortis
fidele signaculum.
Nostrum statum pingit rosa,
nostri status decens glosa,
nostrae vitae lectio;
quae dum primo mane floret,
defloratus flos effloret
vespertino senio.
Ergo spirans flos exspirat,
in pallorem dum delirat
oriendo moriens;
simul vetus et novella,
simul senex et puella
rosa marcet oriens.
Sic aetatis ver humanae
iuventutis primo mane
reflorescit paululum;
mane tamen hoc excludit
vitae vesper, dum concludit
vitale crepusculum.
Cuius decor dum perorat,
eius decus mox deflorat
aetas, in qua defluit:
fil flos fenum, gemma lutum,
homo cinis, dum tributum
homo morti tribuit.
Cuius vita, cuius esse
poena, labor et necesse
vitam morte claudere;
sic mors vitam, risum luctus,
umbra diem, portum fluctus
mane claudit vespere.
In nos primum dat insultum
poena mortis gerens vultum,
labor mortis histrio;
nos proponit in laborem,
nos assumit in dolorem,
mortis est conclusio.
Ergo clausum sub hac lege
statum tuum, homo, lege,
tuum esse respice;
quid fuisti nasciturus,
quid sis praesens, quid futurus,
diligenter inspice!
Luge poenam, culpam plange,
motus frena, fastum frange,
pone supercilia!
Mentis rector et auriga,
mentem rege, fluxus riga,
ne fluant in devia!
Tutte le creature del mondo
sono come un libro o un dipinto,
uno specchio per noi:
simbolo fedele
della nostra vita, della nostra morte,
della nostra condizione, del nostro destino.
La rosa dipinge la nostra condizione,
del nostro stato è commento appropriato,
è insegnamento per la nostra vita;
mentre fiorisce di primo mattino,
come fiore senza petali sfiorisce
nella vecchiezza della sera.
Perciò il fiore respirando spira
mentre impallidendo appassisce,
già morente sul nascere;
insieme antica e nuova,
insieme vecchia e fanciulla,
la rosa sbocciando imputridisce.
Così la primavera dell'uomo
sboccia per breve tempo
nel primo mattino della giovinezza;
la sera della vita caccia in fretta
questo mattino mentre conclude
il crepuscolo della vita.
Mentre si dispiega la sua bellezza,
il tempo nel quale trascorre
consuma subito la sua grazia,
il fiore diviene fieno, fango la gemma,
l'uomo cenere, mentre paga
il tributo alla morte.
La sua vita, il suo esistere
sono pena, fatica e necessità
di chiudere la vita con la morte;
così la morte chiude la vita, il pianto il riso,
l'ombra il giorno, l'onda il porto,
la sera il mattino.
Il primo insulto lo insinua
il dolore che ha il volto della morte,
il dolore, maschera della morte;
nella fatica innanzitutto ci immerge,
al dolore ci costringe,
la conclusione è la morte.
Vincolata dunque da questa legge,
leggi, o uomo, la tua condizione,
osserva bene il tuo essere;
guarda senza remore
che cosa eri quando nascevi,
come sei adesso, cosa sarai!
Piangi la tua pena, deplora le tue colpe,
frena le passioni, spezza l'alterigia,
rinuncia all'orgoglio!
Reggitore della mia mente, auriga,
guida l'anima, contieni i flutti
perchè non errino dal retto cammino.
ALANO DI LILLA
quasi liber et pictura
nobis est in speculum;
nostrae vitae, nostrae mortis,
nostri status, nostrae sortis
fidele signaculum.
Nostrum statum pingit rosa,
nostri status decens glosa,
nostrae vitae lectio;
quae dum primo mane floret,
defloratus flos effloret
vespertino senio.
Ergo spirans flos exspirat,
in pallorem dum delirat
oriendo moriens;
simul vetus et novella,
simul senex et puella
rosa marcet oriens.
Sic aetatis ver humanae
iuventutis primo mane
reflorescit paululum;
mane tamen hoc excludit
vitae vesper, dum concludit
vitale crepusculum.
Cuius decor dum perorat,
eius decus mox deflorat
aetas, in qua defluit:
fil flos fenum, gemma lutum,
homo cinis, dum tributum
homo morti tribuit.
Cuius vita, cuius esse
poena, labor et necesse
vitam morte claudere;
sic mors vitam, risum luctus,
umbra diem, portum fluctus
mane claudit vespere.
In nos primum dat insultum
poena mortis gerens vultum,
labor mortis histrio;
nos proponit in laborem,
nos assumit in dolorem,
mortis est conclusio.
Ergo clausum sub hac lege
statum tuum, homo, lege,
tuum esse respice;
quid fuisti nasciturus,
quid sis praesens, quid futurus,
diligenter inspice!
Luge poenam, culpam plange,
motus frena, fastum frange,
pone supercilia!
Mentis rector et auriga,
mentem rege, fluxus riga,
ne fluant in devia!
Tutte le creature del mondo
sono come un libro o un dipinto,
uno specchio per noi:
simbolo fedele
della nostra vita, della nostra morte,
della nostra condizione, del nostro destino.
La rosa dipinge la nostra condizione,
del nostro stato è commento appropriato,
è insegnamento per la nostra vita;
mentre fiorisce di primo mattino,
come fiore senza petali sfiorisce
nella vecchiezza della sera.
Perciò il fiore respirando spira
mentre impallidendo appassisce,
già morente sul nascere;
insieme antica e nuova,
insieme vecchia e fanciulla,
la rosa sbocciando imputridisce.
Così la primavera dell'uomo
sboccia per breve tempo
nel primo mattino della giovinezza;
la sera della vita caccia in fretta
questo mattino mentre conclude
il crepuscolo della vita.
Mentre si dispiega la sua bellezza,
il tempo nel quale trascorre
consuma subito la sua grazia,
il fiore diviene fieno, fango la gemma,
l'uomo cenere, mentre paga
il tributo alla morte.
La sua vita, il suo esistere
sono pena, fatica e necessità
di chiudere la vita con la morte;
così la morte chiude la vita, il pianto il riso,
l'ombra il giorno, l'onda il porto,
la sera il mattino.
Il primo insulto lo insinua
il dolore che ha il volto della morte,
il dolore, maschera della morte;
nella fatica innanzitutto ci immerge,
al dolore ci costringe,
la conclusione è la morte.
Vincolata dunque da questa legge,
leggi, o uomo, la tua condizione,
osserva bene il tuo essere;
guarda senza remore
che cosa eri quando nascevi,
come sei adesso, cosa sarai!
Piangi la tua pena, deplora le tue colpe,
frena le passioni, spezza l'alterigia,
rinuncia all'orgoglio!
Reggitore della mia mente, auriga,
guida l'anima, contieni i flutti
perchè non errino dal retto cammino.
ALANO DI LILLA
venerdì 21 maggio 2010
De die sancto pentecostes - Sequenza di Pentecoste
Sancti spiritus
assit nobis gratia,
quae corda nostra sibi faciat
habitaculum
expulsi inde cunctis vitiis
spiritalibus.
Spiritus alme,
illustrator hominum,
horridas nostrae
mentis purga tenebras.
Amator sancte sensatorum
sempre cogitatuum,
infunde unctionem tuam,
clemens, nostris sensibus.
Tu purificator
ominum flagitorum, spiritus,
purifica nostri
oculum interioris hominis,
ut videri
sumpremus genitor
possit a nobis,
mundi cordis
quem soli cernere
possunt oculi.
Prophetas tu inspirasti,
ut praeconia Christi
praecinuissent inclita
apostolos confortasti,
uti tropheum Christi
per totum mundum veherent
Quando machinam
per verbum suum
fecit deus caeli terrae marium,
tu super aquas
foturus eas
numen tuum expandisti, spiritus.
Tu animabus
vivificandis
aquas foecundas,
tu aspirando
das spiritales
esse homines.
Tu divisum
per linguas mundum et ritus
adunasti, domine,
idolatras
ad cultum dei revocans,
magistrorum optime.
Ergo nos supplicantes tibi
exaundi propitius,
sancte spiritus,
sine quo preces omnes cassae
creduntur et indegnae
dei auribus.
Tu qui omnium
saeculorum sanctos
tui numinis docuisti
instictu amplectendo, spiritus,
ipse hodie
apostolos Christi
donans munere insolito
et cunctis inaudito saeculis
hunc diem gloriosum
fecisti.
Dello Spirito Santo
sia con noi la grazia
e renda i nostri cuori
sua dimora
e vengano allontanati
tutti i vizi dell'anima.
O magnanimo Spirito,
che illumini gli uomini,
dalla nostra mente
tieni lontane le orride tenebre.
O tu, santo, che ami i pensieri
di sempiterna saggezza,
infondi nei nostri sensi,
clemente, il tuo balsamo.
O tu che purifichi
ogni nostra infamia, Spirito,
monda l'occhio
del nostro uomo interiore,
perchè possa
esser da noi visto
l'altissimo genitore,
che soltanto gli occhi
di un cuore mondo
possono conoscere.
Tu mi hsi ispirato i profeti
perchè facessero risuonare
i sublimi messaggi del Cristo,
hai confortato gli apostoli
perchè portassero in ogni dove
il vessillo di Cristo.
Quando Iddio con la sua parola
fece il mondo
del cielo, della terra, dei mari,
tu sulle acque
che avresti riscaldato
hai diffuso la tua potenza, o Spirito.
Tu per le anime
che saranno create,
rendi feconde le acque,
con il tuo soffio
tu concedi agli uomini
di essere spirituali.
Oh signore, hai unito
il mondo diviso
in lingue e riti,
hai richiamato gli idolatri
al culto di Dio,
supremo maestro.
Perciò le nostre preghiere
propizio esaudisci,
o Spirito Santo,
senza di te le nostre preghiere
sono tutte vane e indegne
dell'orecchio di Dio.
Tu che hai insegnato
ai Santi di ogni tempo,
avvolgendoli con la forza
della tua autorità, o Spirito,
anche oggi concedendo
agli apostoli di Cristo
un dono inconsueto
e come non si udiva da secoli,
hai fatto questo giorno
glorioso.
NOTKER IL BALBO
assit nobis gratia,
quae corda nostra sibi faciat
habitaculum
expulsi inde cunctis vitiis
spiritalibus.
Spiritus alme,
illustrator hominum,
horridas nostrae
mentis purga tenebras.
Amator sancte sensatorum
sempre cogitatuum,
infunde unctionem tuam,
clemens, nostris sensibus.
Tu purificator
ominum flagitorum, spiritus,
purifica nostri
oculum interioris hominis,
ut videri
sumpremus genitor
possit a nobis,
mundi cordis
quem soli cernere
possunt oculi.
Prophetas tu inspirasti,
ut praeconia Christi
praecinuissent inclita
apostolos confortasti,
uti tropheum Christi
per totum mundum veherent
Quando machinam
per verbum suum
fecit deus caeli terrae marium,
tu super aquas
foturus eas
numen tuum expandisti, spiritus.
Tu animabus
vivificandis
aquas foecundas,
tu aspirando
das spiritales
esse homines.
Tu divisum
per linguas mundum et ritus
adunasti, domine,
idolatras
ad cultum dei revocans,
magistrorum optime.
Ergo nos supplicantes tibi
exaundi propitius,
sancte spiritus,
sine quo preces omnes cassae
creduntur et indegnae
dei auribus.
Tu qui omnium
saeculorum sanctos
tui numinis docuisti
instictu amplectendo, spiritus,
ipse hodie
apostolos Christi
donans munere insolito
et cunctis inaudito saeculis
hunc diem gloriosum
fecisti.
Dello Spirito Santo
sia con noi la grazia
e renda i nostri cuori
sua dimora
e vengano allontanati
tutti i vizi dell'anima.
O magnanimo Spirito,
che illumini gli uomini,
dalla nostra mente
tieni lontane le orride tenebre.
O tu, santo, che ami i pensieri
di sempiterna saggezza,
infondi nei nostri sensi,
clemente, il tuo balsamo.
O tu che purifichi
ogni nostra infamia, Spirito,
monda l'occhio
del nostro uomo interiore,
perchè possa
esser da noi visto
l'altissimo genitore,
che soltanto gli occhi
di un cuore mondo
possono conoscere.
Tu mi hsi ispirato i profeti
perchè facessero risuonare
i sublimi messaggi del Cristo,
hai confortato gli apostoli
perchè portassero in ogni dove
il vessillo di Cristo.
Quando Iddio con la sua parola
fece il mondo
del cielo, della terra, dei mari,
tu sulle acque
che avresti riscaldato
hai diffuso la tua potenza, o Spirito.
Tu per le anime
che saranno create,
rendi feconde le acque,
con il tuo soffio
tu concedi agli uomini
di essere spirituali.
Oh signore, hai unito
il mondo diviso
in lingue e riti,
hai richiamato gli idolatri
al culto di Dio,
supremo maestro.
Perciò le nostre preghiere
propizio esaudisci,
o Spirito Santo,
senza di te le nostre preghiere
sono tutte vane e indegne
dell'orecchio di Dio.
Tu che hai insegnato
ai Santi di ogni tempo,
avvolgendoli con la forza
della tua autorità, o Spirito,
anche oggi concedendo
agli apostoli di Cristo
un dono inconsueto
e come non si udiva da secoli,
hai fatto questo giorno
glorioso.
NOTKER IL BALBO
venerdì 23 aprile 2010
Ni miento ni me arrepiento - Io non mento e non mi pento
Ni miento ni me arrepiento,
ni digo ni me desnigo,
ni estò triste ni contento,
ni fìo ni desconfìo;
ni bien vivo ni bien muero,
ni soy ageno ni mìo,
ni me venço ni porfìo, ni espero ni despero. Comigo solo contiendo en una fuerte contienda, y no hallo quien me entienda ni yo tampoco me entiendo. Entiendo y sé lo que quiero, mas no entiendo lo que quiera quien quiere siempre que muera sin querer creer que muero.
Io non mento e non mi pento,
io non dico, né disdico,
non son triste, né contento,
non reclamo, né acconsento,
non mi fido, né diffido;
non son vivo e neanche morto,
non son d'altri e neppur mio,
non mi vinco e non m'ostino,
io non spero, né dispero.
Con me solo sono in lotta,
combattendo con l'asprezza
e non trovo chi m'intenda,
e pur io non so capirmi.
Quel che voglio, intendo e so,
ma non quello che richiede
chi vuol sempre che mi muoia
senza credere che muoia.
JORGE MANRIQUE
ni digo ni me desnigo,
ni estò triste ni contento,
ni fìo ni desconfìo;
ni bien vivo ni bien muero,
ni soy ageno ni mìo,
ni me venço ni porfìo, ni espero ni despero. Comigo solo contiendo en una fuerte contienda, y no hallo quien me entienda ni yo tampoco me entiendo. Entiendo y sé lo que quiero, mas no entiendo lo que quiera quien quiere siempre que muera sin querer creer que muero.
Io non mento e non mi pento,
io non dico, né disdico,
non son triste, né contento,
non reclamo, né acconsento,
non mi fido, né diffido;
non son vivo e neanche morto,
non son d'altri e neppur mio,
non mi vinco e non m'ostino,
io non spero, né dispero.
Con me solo sono in lotta,
combattendo con l'asprezza
e non trovo chi m'intenda,
e pur io non so capirmi.
Quel che voglio, intendo e so,
ma non quello che richiede
chi vuol sempre che mi muoia
senza credere che muoia.
JORGE MANRIQUE
mercoledì 24 marzo 2010
Conflictus veris et hiemis - Il contrasto tra la primavera e l'inverno
Conveniunt subito cuncti de montibus altis
pastores pecudum vernali luce sub umbra
arborea, pariter laetas celebrare Camenas.
Adfuit et iuvenis Dafnis seniorque Palemon;
omnes hi cuculo laudes cantare parabant.
Ver quoque florigero succinctus stemmate venit,
frigida venit Hiems, rigidis hirsuta capillis.
His certamen erat cuculi de carmine grande.
Ver prior adlusit ternos modulamine versus:
VER
"Opto meus veniat cuculus, carissimus ales.
Omnibus iste solet fieri gratissimus hospes
in tectis modulans rutilo bona carmina rostro."
HIEMS
Tum glacialis Hiems respondit voce severa:
"Non veniat cuculus, nigris sed dormiat antris.
Iste famem secum semper portare suescit."
VER
"opto meus veniat cuculus cum germine laeto,
frigora depellat, Phoebo comes almus in aevum.
Phoebus amat cuculum crescenti luce serena."
HIEMS
"Non veniat cuculus, generat quia forte labores,
proelia congeminat, requiem disiungit amatam,
omnia disturbat: pelagi terraeque laborant."
VER
"Quid tu, tarda Hiems, cuculo convitia cantas?
Qui torpore gravi tenebrosis tectus in antris
post epulas Veneris, post stulti pocula Bacchi?"
HIEMS
"Sunt mihi divitiae, sunt et convivia laeta,
est requies dulcis, calidus est ignis in aede.
Haec cuculus nescit, sed perfidus ille laborat."
VER
"Ore feret flores cuculus et mella ministrat,
aedificatque domus, placidas et navigat undas,
et generat soboles, laetos et vestiet agros."
HIEMS
"Haec inimica mihi sunt, quae tibi laeta videntur.
Sed placet optatas gazas numerare per arcas
et gaudere cibis simul et requiescere semper."
VER
"Quis tibi, tarda Hiems, semper dormire parata,
divitias cumulat, gazas vel congregat ullas,
si ver vel aestas ante tibi nulla laborant?"
HIEMS
"Vera refers: illi, quoniam mihi multa laborant,
sunt etiam servi nostra ditionne subacti,
iam mihi servantes domino, quaecumque laborant."
VER
"Non illis dominus, sed pauper inopsque superbus,
nec te iam poteris per te tu pascere tantum,
ni tibi qui veniet cuculus alimonia praestet."
PALEMON
Tum respondit ovans sublimi e sede Palemon
et Dafnis pariter, pastorum et turba piorum:
"Desine plura, Hiems; rerum tu prodigus, atrox.
Et veniat cuculus, pastorum dulcis amicus.
Collibus in nostris erumpant germina laeta,
pascua sint pecori, requies et dulcis in arvis,
et virides rami praestent umbracula fessis,
uberibus plenis veniantque ad mulctra capellae,
et volucres varia Phoebum sub voce salutent.
Quapropter citius cuculus nunc ecce venito!
Tu iam dulcis amor, cunctis gratissimus hospes:
omnia te expectant, pelagus tellusque polusque,
salve, dulce decus, cuculus, per saecula salve!"
Rapidi scendono dagli alti monti
i pastori nella luce di primavera, sotto l'ombra
degli alberi serenamente, assieme, celebrano le Muse.
Vennero anche il giovane Dafni e il vecchio Palemone:
e tutti si apprestavano a cantare le lodi del cuculo.
Ecco la primavera, cinta di una ghirlanda di fiori;
ecco il freddo inverno, irto di capelli ghiacciati.
Tra loro nacque un gran contendere sul canto del cuculo.
Per prima cantò la primavera, modulando una strofa di tre versi:
PRIMAVERA
"Venga il mio cuculo, uccello carissimo,
ospite assai gradito per tutte le case,
modulando dolci canti con il becco rosso."
INVERNO
Invece gelido con voce cupa rispose:
"Non venga il cuculo, ma dorma nelle oscure caverna,
poiché suole portare con sé la fame."
PRIMAVERA
"Voglio che venga il mio cuculo per sempre compagno luminoso del sole
perché respinga il freddo con lieti germogli;
Febo ama il cuculo nella crescente luce serena."
INVERNO
"No, sia remoto il cuculo che porta fatiche,
aumenta i contrasti, dissolve l'amato riposo,
altera ogni cosa, ne soffrono i mari e le terre."
PRIMAVERA
"Perché, o stanco inverno, inventi sul cuculo canti villani,
tu che torpido ti rintani negli antri tenebrosi,
dopo i banchetti di Venere, dopo i bicchieri dell'ebro Bacco?"
INVERNO
"Favorisco la ricchezza, i lieti banchetti,
offro in casa una dolce quiete nel tepore del fuoco.
Il cuculo ignora queste cose, perfido invece trama contro di me."
PRIMAVERA
"Ma il cuculo porterà nel becco fiori, regala il miele,
e costruisce nidi e naviga placide onde
e genera prole e riveste di festa i campi."
INVERNO
"Mi sono ostili queste cose che a te sembrano felici,
preferisco contare, nei forzieri, i tesori bramati,
e insieme assaporare i cibi e riposare all'infinito."
PRIMAVERA
"Ma chi, o lento inverno, sempre pronto a dormire,
ti accumula ricchezze, ti ammassa tesori,
se, prima di te, la primavera e l'estate nulla fanno?"
INVERNO
"È vero, ma proprio perché per me si affaticano,
sono anche servi obbedienti al nostro volere,
essi ammucchiano per il loro padrone tutto ciò che producono."
PRIMAVERA
"Non sei un loro padrone, ma un povero diavolo debole e superbo.
Né infatti potresti gozzovigliare così tanto da solo
se, ritornando, il cuculo non ti portasse da nutrirti."
PALEMONE
Allora plaudendo dal suo alto sito Palemone rispose
e anche Dafni insieme, e la folla dei placidi pastori:
"Smettila di parlare a vanvera, tu inverno scialaquatore, falsamente prodigo, crudele.
Ben venga il cuculo, dolce amico dei pastori,
le nostre colline si coprano lietamente di germogli,
vi siano pascoli per il gregge, e una pace rassicurante nei campi,
e i verdi rami ristorino con l'ombra le persone stanche,
vengano le caprette dalle gonfie poppe alla mungitura
e gli uccelli salutino il sole con le voci più varie.
Vieni subito, ancora più in fretta, o cuculo!
Tu che già fosti un dolce amore e un graditissimo ospite:
tutto ti attende, il mare, la terra, il cielo,
salute a te, dolce bellezza, salute a te, nei secoli, o cuculo!"
ALCUINO DI YORK
pastores pecudum vernali luce sub umbra
arborea, pariter laetas celebrare Camenas.
Adfuit et iuvenis Dafnis seniorque Palemon;
omnes hi cuculo laudes cantare parabant.
Ver quoque florigero succinctus stemmate venit,
frigida venit Hiems, rigidis hirsuta capillis.
His certamen erat cuculi de carmine grande.
Ver prior adlusit ternos modulamine versus:
VER
"Opto meus veniat cuculus, carissimus ales.
Omnibus iste solet fieri gratissimus hospes
in tectis modulans rutilo bona carmina rostro."
HIEMS
Tum glacialis Hiems respondit voce severa:
"Non veniat cuculus, nigris sed dormiat antris.
Iste famem secum semper portare suescit."
VER
"opto meus veniat cuculus cum germine laeto,
frigora depellat, Phoebo comes almus in aevum.
Phoebus amat cuculum crescenti luce serena."
HIEMS
"Non veniat cuculus, generat quia forte labores,
proelia congeminat, requiem disiungit amatam,
omnia disturbat: pelagi terraeque laborant."
VER
"Quid tu, tarda Hiems, cuculo convitia cantas?
Qui torpore gravi tenebrosis tectus in antris
post epulas Veneris, post stulti pocula Bacchi?"
HIEMS
"Sunt mihi divitiae, sunt et convivia laeta,
est requies dulcis, calidus est ignis in aede.
Haec cuculus nescit, sed perfidus ille laborat."
VER
"Ore feret flores cuculus et mella ministrat,
aedificatque domus, placidas et navigat undas,
et generat soboles, laetos et vestiet agros."
HIEMS
"Haec inimica mihi sunt, quae tibi laeta videntur.
Sed placet optatas gazas numerare per arcas
et gaudere cibis simul et requiescere semper."
VER
"Quis tibi, tarda Hiems, semper dormire parata,
divitias cumulat, gazas vel congregat ullas,
si ver vel aestas ante tibi nulla laborant?"
HIEMS
"Vera refers: illi, quoniam mihi multa laborant,
sunt etiam servi nostra ditionne subacti,
iam mihi servantes domino, quaecumque laborant."
VER
"Non illis dominus, sed pauper inopsque superbus,
nec te iam poteris per te tu pascere tantum,
ni tibi qui veniet cuculus alimonia praestet."
PALEMON
Tum respondit ovans sublimi e sede Palemon
et Dafnis pariter, pastorum et turba piorum:
"Desine plura, Hiems; rerum tu prodigus, atrox.
Et veniat cuculus, pastorum dulcis amicus.
Collibus in nostris erumpant germina laeta,
pascua sint pecori, requies et dulcis in arvis,
et virides rami praestent umbracula fessis,
uberibus plenis veniantque ad mulctra capellae,
et volucres varia Phoebum sub voce salutent.
Quapropter citius cuculus nunc ecce venito!
Tu iam dulcis amor, cunctis gratissimus hospes:
omnia te expectant, pelagus tellusque polusque,
salve, dulce decus, cuculus, per saecula salve!"
Rapidi scendono dagli alti monti
i pastori nella luce di primavera, sotto l'ombra
degli alberi serenamente, assieme, celebrano le Muse.
Vennero anche il giovane Dafni e il vecchio Palemone:
e tutti si apprestavano a cantare le lodi del cuculo.
Ecco la primavera, cinta di una ghirlanda di fiori;
ecco il freddo inverno, irto di capelli ghiacciati.
Tra loro nacque un gran contendere sul canto del cuculo.
Per prima cantò la primavera, modulando una strofa di tre versi:
PRIMAVERA
"Venga il mio cuculo, uccello carissimo,
ospite assai gradito per tutte le case,
modulando dolci canti con il becco rosso."
INVERNO
Invece gelido con voce cupa rispose:
"Non venga il cuculo, ma dorma nelle oscure caverna,
poiché suole portare con sé la fame."
PRIMAVERA
"Voglio che venga il mio cuculo per sempre compagno luminoso del sole
perché respinga il freddo con lieti germogli;
Febo ama il cuculo nella crescente luce serena."
INVERNO
"No, sia remoto il cuculo che porta fatiche,
aumenta i contrasti, dissolve l'amato riposo,
altera ogni cosa, ne soffrono i mari e le terre."
PRIMAVERA
"Perché, o stanco inverno, inventi sul cuculo canti villani,
tu che torpido ti rintani negli antri tenebrosi,
dopo i banchetti di Venere, dopo i bicchieri dell'ebro Bacco?"
INVERNO
"Favorisco la ricchezza, i lieti banchetti,
offro in casa una dolce quiete nel tepore del fuoco.
Il cuculo ignora queste cose, perfido invece trama contro di me."
PRIMAVERA
"Ma il cuculo porterà nel becco fiori, regala il miele,
e costruisce nidi e naviga placide onde
e genera prole e riveste di festa i campi."
INVERNO
"Mi sono ostili queste cose che a te sembrano felici,
preferisco contare, nei forzieri, i tesori bramati,
e insieme assaporare i cibi e riposare all'infinito."
PRIMAVERA
"Ma chi, o lento inverno, sempre pronto a dormire,
ti accumula ricchezze, ti ammassa tesori,
se, prima di te, la primavera e l'estate nulla fanno?"
INVERNO
"È vero, ma proprio perché per me si affaticano,
sono anche servi obbedienti al nostro volere,
essi ammucchiano per il loro padrone tutto ciò che producono."
PRIMAVERA
"Non sei un loro padrone, ma un povero diavolo debole e superbo.
Né infatti potresti gozzovigliare così tanto da solo
se, ritornando, il cuculo non ti portasse da nutrirti."
PALEMONE
Allora plaudendo dal suo alto sito Palemone rispose
e anche Dafni insieme, e la folla dei placidi pastori:
"Smettila di parlare a vanvera, tu inverno scialaquatore, falsamente prodigo, crudele.
Ben venga il cuculo, dolce amico dei pastori,
le nostre colline si coprano lietamente di germogli,
vi siano pascoli per il gregge, e una pace rassicurante nei campi,
e i verdi rami ristorino con l'ombra le persone stanche,
vengano le caprette dalle gonfie poppe alla mungitura
e gli uccelli salutino il sole con le voci più varie.
Vieni subito, ancora più in fretta, o cuculo!
Tu che già fosti un dolce amore e un graditissimo ospite:
tutto ti attende, il mare, la terra, il cielo,
salute a te, dolce bellezza, salute a te, nei secoli, o cuculo!"
ALCUINO DI YORK
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