martedì 31 maggio 2011

Moderni perspicaciores sunt quam antiqui,
sed non sapientiores...
sumus quasi nanus aliquis humeris gigantis superpositus
..plura videmus antiquis, quia scripta nostra parva
et magnis operibus superaddita,
sed non ex ingenio et labore nostro, immo illorum.

I moderni sono più perspicaci degli antichi,
ma non più sapienti...
siamo come un nano sulle spalle di un gigante...
vediamo più degli antichi perché i nostri piccoli scritti
si aggiungono a grandi opere:
il tutto, però, risulta non dal nostro ingegno e
dalla nostra fatica, ma dalla loro.

GUGLIELMO DI CONCHES

lunedì 10 gennaio 2011

Aut lego vel scribo - O leggo o scrivo

Aut lego vel scribo, doceo scrutorve sophiam,
obsecro celsithronum nocte dieque meum.
Vescor, poto libens, rithmizans invoco Musas,
dormisco stertens, oro deum vigilans.
Conscia mens scelerum deflet peccamina vitae:
parcite vos misero, Christe, Maria, viro!

O leggo oppure scrivo, imparo e verifico la saggezza,
di giorno e di notte imploro il mio celeste signore.
Mangio, bevo volentieri, componendo versi invoco le Muse,
dormo russando, quando sto sveglio prego Iddio.
Conscia dei peccati, l'anima piange gli errori del vivere:
Cristo, Maria, abbiate pietà di un poveraccio come me!

SEDULIO SCOTO

giovedì 17 giugno 2010

Bien amar leal servir - Amor giusto e fido servire

Bien amar, leal servir,
cridar et dezir mis penas,
es sembrar en las arenas
o en las ondas escrevir.
Si tanto quanto servì
sembrara en la ribera,
tengo que reverdesciera
et diera fructo de sì.
Et aun por verdat dezir,
si yo tanto escreviera
en la mar, yo bien podiera
todas las ondas tenir.

Amor giusto e fido servire,
dire le pene oppur gridarle,
è seminar dentro la sabbia
o porsi a scrivere nell'onde.
Se quanto feci nel servire
fosse seme lungo la spiaggia,
io son certo sarebbe verde
o darebbe frutto di sé;
a voler dire il vero ancora,
ove scrivessi così tanto
dentro il mare, bene potrei
dar dell'inchiostro all'onde intere.

JUAN RODRÌGUEZ DEL PADRÒN

lunedì 7 giugno 2010

Omnis mundi creatura - Il mondo corre via

Omnis mundi creatura
quasi liber et pictura
nobis est in speculum;
nostrae vitae, nostrae mortis,
nostri status, nostrae sortis
fidele signaculum.
Nostrum statum pingit rosa,
nostri status decens glosa,
nostrae vitae lectio;
quae dum primo mane floret,
defloratus flos effloret
vespertino senio.
Ergo spirans flos exspirat,
in pallorem dum delirat
oriendo moriens;
simul vetus et novella,
simul senex et puella
rosa marcet oriens.
Sic aetatis ver humanae
iuventutis primo mane
reflorescit paululum;
mane tamen hoc excludit
vitae vesper, dum concludit
vitale crepusculum.
Cuius decor dum perorat,
eius decus mox deflorat
aetas, in qua defluit:
fil flos fenum, gemma lutum,
homo cinis, dum tributum
homo morti tribuit.
Cuius vita, cuius esse
poena, labor et necesse
vitam morte claudere;
sic mors vitam, risum luctus,
umbra diem, portum fluctus
mane claudit vespere.
In nos primum dat insultum
poena mortis gerens vultum,
labor mortis histrio;
nos proponit in laborem,
nos assumit in dolorem,
mortis est conclusio.
Ergo clausum sub hac lege
statum tuum, homo, lege,
tuum esse respice;
quid fuisti nasciturus,
quid sis praesens, quid futurus,
diligenter inspice!
Luge poenam, culpam plange,
motus frena, fastum frange,
pone supercilia!
Mentis rector et auriga,
mentem rege, fluxus riga,
ne fluant in devia!

Tutte le creature del mondo
sono come un libro o un dipinto,
uno specchio per noi:
simbolo fedele
della nostra vita, della nostra morte,
della nostra condizione, del nostro destino.
La rosa dipinge la nostra condizione,
del nostro stato è commento appropriato,
è insegnamento per la nostra vita;
mentre fiorisce di primo mattino,
come fiore senza petali sfiorisce
nella vecchiezza della sera.
Perciò il fiore respirando spira
mentre impallidendo appassisce,
già morente sul nascere;
insieme antica e nuova,
insieme vecchia e fanciulla,
la rosa sbocciando imputridisce.
Così la primavera dell'uomo
sboccia per breve tempo
nel primo mattino della giovinezza;
la sera della vita caccia in fretta
questo mattino mentre conclude
il crepuscolo della vita.
Mentre si dispiega la sua bellezza,
il tempo nel quale trascorre
consuma subito la sua grazia,
il fiore diviene fieno, fango la gemma,
l'uomo cenere, mentre paga
il tributo alla morte.
La sua vita, il suo esistere
sono pena, fatica e necessità
di chiudere la vita con la morte;
così la morte chiude la vita, il pianto il riso,
l'ombra il giorno, l'onda il porto,
la sera il mattino.
Il primo insulto lo insinua
il dolore che ha il volto della morte,
il dolore, maschera della morte;
nella fatica innanzitutto ci immerge,
al dolore ci costringe,
la conclusione è la morte.
Vincolata dunque da questa legge,
leggi, o uomo, la tua condizione,
osserva bene il tuo essere;
guarda senza remore
che cosa eri quando nascevi,
come sei adesso, cosa sarai!
Piangi la tua pena, deplora le tue colpe,
frena le passioni, spezza l'alterigia,
rinuncia all'orgoglio!
Reggitore della mia mente, auriga,
guida l'anima, contieni i flutti
perchè non errino dal retto cammino.

ALANO DI LILLA

venerdì 21 maggio 2010

De die sancto pentecostes - Sequenza di Pentecoste

Sancti spiritus
assit nobis gratia,
quae corda nostra sibi faciat
habitaculum
expulsi inde cunctis vitiis
spiritalibus.
Spiritus alme,
illustrator hominum,
horridas nostrae
mentis purga tenebras.
Amator sancte sensatorum
sempre cogitatuum,
infunde unctionem tuam,
clemens, nostris sensibus.
Tu purificator
ominum flagitorum, spiritus,
purifica nostri
oculum interioris hominis,
ut videri
sumpremus genitor
possit a nobis,
mundi cordis
quem soli cernere
possunt oculi.
Prophetas tu inspirasti,
ut praeconia Christi
praecinuissent inclita
apostolos confortasti,
uti tropheum Christi
per totum mundum veherent
Quando machinam
per verbum suum
fecit deus caeli terrae marium,
tu super aquas
foturus eas
numen tuum expandisti, spiritus.
Tu animabus
vivificandis
aquas foecundas,
tu aspirando
das spiritales
esse homines.
Tu divisum
per linguas mundum et ritus
adunasti, domine,
idolatras
ad cultum dei revocans,
magistrorum optime.
Ergo nos supplicantes tibi
exaundi propitius,
sancte spiritus,
sine quo preces omnes cassae
creduntur et indegnae
dei auribus.
Tu qui omnium
saeculorum sanctos
tui numinis docuisti
instictu amplectendo, spiritus,
ipse hodie
apostolos Christi
donans munere insolito
et cunctis inaudito saeculis
hunc diem gloriosum
fecisti.

Dello Spirito Santo
sia con noi la grazia
e renda i nostri cuori
sua dimora
e vengano allontanati
tutti i vizi dell'anima.
O magnanimo Spirito,
che illumini gli uomini,
dalla nostra mente
tieni lontane le orride tenebre.
O tu, santo, che ami i pensieri
di sempiterna saggezza,
infondi nei nostri sensi,
clemente, il tuo balsamo.
O tu che purifichi
ogni nostra infamia, Spirito,
monda l'occhio
del nostro uomo interiore,
perchè possa
esser da noi visto
l'altissimo genitore,
che soltanto gli occhi
di un cuore mondo
possono conoscere.
Tu mi hsi ispirato i profeti
perchè facessero risuonare
i sublimi messaggi del Cristo,
hai confortato gli apostoli
perchè portassero in ogni dove
il vessillo di Cristo.
Quando Iddio con la sua parola
fece il mondo
del cielo, della terra, dei mari,
tu sulle acque
che avresti riscaldato
hai diffuso la tua potenza, o Spirito.
Tu per le anime
che saranno create,
rendi feconde le acque,
con il tuo soffio
tu concedi agli uomini
di essere spirituali.
Oh signore, hai unito
il mondo diviso
in lingue e riti,
hai richiamato gli idolatri
al culto di Dio,
supremo maestro.
Perciò le nostre preghiere
propizio esaudisci,
o Spirito Santo,
senza di te le nostre preghiere
sono tutte vane e indegne
dell'orecchio di Dio.
Tu che hai insegnato
ai Santi di ogni tempo,
avvolgendoli con la forza
della tua autorità, o Spirito,
anche oggi concedendo
agli apostoli di Cristo
un dono inconsueto
e come non si udiva da secoli,
hai fatto questo giorno
glorioso.


NOTKER IL BALBO

venerdì 23 aprile 2010

Ni miento ni me arrepiento - Io non mento e non mi pento

Ni miento ni me arrepiento,
ni digo ni me desnigo,
ni estò triste ni contento,
ni fìo ni desconfìo;
ni bien vivo ni bien muero,
ni soy ageno ni mìo,
ni me venço ni porfìo, ni espero ni despero.  Comigo solo contiendo en una fuerte contienda,   y no hallo quien me entienda   ni yo tampoco me entiendo. Entiendo y sé lo que quiero,   mas no entiendo lo que quiera   quien quiere siempre que muera   sin querer creer que muero.

Io non mento e non mi pento,
io non dico, né disdico,
non son triste, né contento,
non reclamo, né acconsento,
non mi fido, né diffido;
non son vivo e neanche morto,
non son d'altri e neppur mio,
non mi vinco e non m'ostino,
io non spero, né dispero.
Con me solo sono in lotta,
combattendo con l'asprezza
e non trovo chi m'intenda,
e pur io non so capirmi.
Quel che voglio, intendo e so,
ma non quello che richiede
chi vuol sempre che mi muoia
senza credere che muoia.


JORGE MANRIQUE

mercoledì 24 marzo 2010

Conflictus veris et hiemis - Il contrasto tra la primavera e l'inverno

Conveniunt subito cuncti de montibus altis
pastores pecudum vernali luce sub umbra
arborea, pariter laetas celebrare Camenas.
Adfuit et iuvenis Dafnis seniorque Palemon;
omnes hi cuculo laudes cantare parabant.
Ver quoque florigero succinctus stemmate venit,
frigida venit Hiems, rigidis hirsuta capillis.
His certamen erat cuculi de carmine grande.
Ver prior adlusit ternos modulamine versus:
VER
"Opto meus veniat cuculus, carissimus ales.
Omnibus iste solet fieri gratissimus hospes
in tectis modulans rutilo bona carmina rostro."
HIEMS
Tum glacialis Hiems respondit voce severa:
"Non veniat cuculus, nigris sed dormiat antris.
Iste famem secum semper portare suescit."
 VER
"opto meus veniat cuculus cum germine laeto,
frigora depellat, Phoebo comes almus in aevum.
Phoebus amat cuculum crescenti luce serena."
HIEMS
"Non veniat cuculus, generat quia forte labores,
proelia congeminat, requiem disiungit amatam,
omnia disturbat: pelagi terraeque laborant."
VER
"Quid tu, tarda Hiems, cuculo convitia cantas?
Qui torpore gravi tenebrosis tectus in antris
post epulas Veneris, post stulti pocula Bacchi?"
HIEMS
"Sunt mihi divitiae, sunt et convivia laeta,
est requies dulcis, calidus est ignis in aede.
Haec cuculus nescit, sed perfidus ille laborat."
VER
"Ore feret flores cuculus et mella ministrat,
aedificatque domus, placidas et navigat undas,
et generat soboles, laetos et vestiet agros."
HIEMS
"Haec inimica mihi sunt, quae tibi laeta videntur.
Sed placet optatas gazas numerare per arcas
et gaudere cibis simul et requiescere semper."
VER
"Quis tibi, tarda Hiems, semper dormire parata,
divitias cumulat, gazas vel congregat ullas,
si ver vel aestas ante tibi nulla laborant?"
HIEMS
"Vera refers: illi, quoniam mihi multa laborant,
sunt etiam servi nostra ditionne subacti,
iam mihi servantes domino, quaecumque laborant."
VER
"Non illis dominus, sed pauper inopsque superbus,
nec te iam poteris per te tu pascere tantum,
ni tibi qui veniet cuculus alimonia praestet."
PALEMON
Tum respondit ovans sublimi e sede Palemon
et Dafnis pariter, pastorum et turba piorum:
"Desine plura, Hiems; rerum tu prodigus, atrox.
Et veniat cuculus, pastorum dulcis amicus.
Collibus in nostris erumpant germina laeta,
pascua sint pecori, requies et dulcis in arvis,
et virides rami praestent umbracula fessis,
uberibus plenis veniantque ad mulctra capellae,
et volucres varia Phoebum sub voce salutent.
Quapropter citius cuculus nunc ecce venito!
Tu iam dulcis amor, cunctis gratissimus hospes:
omnia te expectant, pelagus tellusque polusque,
salve, dulce decus, cuculus, per saecula salve!"


Rapidi scendono dagli alti monti
i pastori nella luce di primavera, sotto l'ombra
degli alberi serenamente, assieme, celebrano le Muse.
Vennero anche il giovane Dafni e il vecchio Palemone:
e tutti si apprestavano a cantare le lodi del cuculo.
Ecco la primavera, cinta di una ghirlanda di fiori;
ecco il freddo inverno, irto di capelli ghiacciati.
Tra loro nacque un gran contendere sul canto del cuculo.
Per prima cantò la primavera, modulando una strofa di tre versi:
PRIMAVERA
"Venga il mio cuculo, uccello carissimo,
ospite assai gradito per tutte le case,
modulando dolci canti con il becco rosso."
INVERNO
Invece gelido con voce cupa rispose:
"Non venga il cuculo, ma dorma nelle oscure caverna,
poiché suole portare con sé la fame."
PRIMAVERA
"Voglio che venga il mio cuculo per sempre compagno luminoso del sole
perché respinga il freddo con lieti germogli;
Febo ama il cuculo nella crescente luce serena."
INVERNO
"No, sia remoto il cuculo che porta fatiche,
aumenta i contrasti, dissolve l'amato riposo,
altera ogni cosa, ne soffrono i mari e le terre."
PRIMAVERA
"Perché, o stanco inverno, inventi sul cuculo canti villani,
tu che torpido ti rintani negli antri tenebrosi,
dopo i banchetti di Venere, dopo i bicchieri dell'ebro Bacco?"
INVERNO
"Favorisco la ricchezza, i lieti banchetti,
offro in casa una dolce quiete nel tepore del fuoco.
Il cuculo ignora queste cose, perfido invece trama contro di me."
PRIMAVERA
"Ma il cuculo porterà nel becco fiori, regala il miele,
e costruisce nidi e naviga placide onde
e genera prole e riveste di festa i campi."
INVERNO
"Mi sono ostili queste cose che a te sembrano felici,
preferisco contare, nei forzieri, i tesori bramati,
e insieme assaporare i cibi e riposare all'infinito."
PRIMAVERA
"Ma chi, o lento inverno, sempre pronto a dormire,
ti accumula ricchezze, ti ammassa tesori,
se, prima di te, la primavera e l'estate nulla fanno?"
INVERNO
"È vero, ma proprio perché per me si affaticano,
sono anche servi obbedienti al nostro volere,
essi ammucchiano per il loro padrone tutto ciò che producono."
PRIMAVERA
"Non sei un loro padrone, ma un povero diavolo debole e superbo.
Né infatti potresti gozzovigliare così tanto da solo
se, ritornando, il cuculo non ti portasse da nutrirti."
PALEMONE
Allora plaudendo dal suo alto sito Palemone rispose
e anche Dafni insieme, e la folla dei placidi pastori:
"Smettila di parlare a vanvera, tu inverno scialaquatore, falsamente prodigo, crudele.
Ben venga il cuculo, dolce amico dei pastori,
le nostre colline si coprano lietamente di germogli,
vi siano pascoli per il gregge, e una pace rassicurante nei campi,
e i verdi rami ristorino con l'ombra le persone stanche,
vengano le caprette dalle gonfie poppe alla mungitura
e gli uccelli salutino il sole con le voci più varie.
Vieni subito, ancora più in fretta, o cuculo!
Tu che già fosti un dolce amore e un graditissimo ospite:
tutto ti attende, il mare, la terra, il cielo,
salute a te, dolce bellezza, salute a te, nei secoli, o cuculo!"
ALCUINO DI YORK