mercoledì 24 marzo 2010

Conflictus veris et hiemis - Il contrasto tra la primavera e l'inverno

Conveniunt subito cuncti de montibus altis
pastores pecudum vernali luce sub umbra
arborea, pariter laetas celebrare Camenas.
Adfuit et iuvenis Dafnis seniorque Palemon;
omnes hi cuculo laudes cantare parabant.
Ver quoque florigero succinctus stemmate venit,
frigida venit Hiems, rigidis hirsuta capillis.
His certamen erat cuculi de carmine grande.
Ver prior adlusit ternos modulamine versus:
VER
"Opto meus veniat cuculus, carissimus ales.
Omnibus iste solet fieri gratissimus hospes
in tectis modulans rutilo bona carmina rostro."
HIEMS
Tum glacialis Hiems respondit voce severa:
"Non veniat cuculus, nigris sed dormiat antris.
Iste famem secum semper portare suescit."
 VER
"opto meus veniat cuculus cum germine laeto,
frigora depellat, Phoebo comes almus in aevum.
Phoebus amat cuculum crescenti luce serena."
HIEMS
"Non veniat cuculus, generat quia forte labores,
proelia congeminat, requiem disiungit amatam,
omnia disturbat: pelagi terraeque laborant."
VER
"Quid tu, tarda Hiems, cuculo convitia cantas?
Qui torpore gravi tenebrosis tectus in antris
post epulas Veneris, post stulti pocula Bacchi?"
HIEMS
"Sunt mihi divitiae, sunt et convivia laeta,
est requies dulcis, calidus est ignis in aede.
Haec cuculus nescit, sed perfidus ille laborat."
VER
"Ore feret flores cuculus et mella ministrat,
aedificatque domus, placidas et navigat undas,
et generat soboles, laetos et vestiet agros."
HIEMS
"Haec inimica mihi sunt, quae tibi laeta videntur.
Sed placet optatas gazas numerare per arcas
et gaudere cibis simul et requiescere semper."
VER
"Quis tibi, tarda Hiems, semper dormire parata,
divitias cumulat, gazas vel congregat ullas,
si ver vel aestas ante tibi nulla laborant?"
HIEMS
"Vera refers: illi, quoniam mihi multa laborant,
sunt etiam servi nostra ditionne subacti,
iam mihi servantes domino, quaecumque laborant."
VER
"Non illis dominus, sed pauper inopsque superbus,
nec te iam poteris per te tu pascere tantum,
ni tibi qui veniet cuculus alimonia praestet."
PALEMON
Tum respondit ovans sublimi e sede Palemon
et Dafnis pariter, pastorum et turba piorum:
"Desine plura, Hiems; rerum tu prodigus, atrox.
Et veniat cuculus, pastorum dulcis amicus.
Collibus in nostris erumpant germina laeta,
pascua sint pecori, requies et dulcis in arvis,
et virides rami praestent umbracula fessis,
uberibus plenis veniantque ad mulctra capellae,
et volucres varia Phoebum sub voce salutent.
Quapropter citius cuculus nunc ecce venito!
Tu iam dulcis amor, cunctis gratissimus hospes:
omnia te expectant, pelagus tellusque polusque,
salve, dulce decus, cuculus, per saecula salve!"


Rapidi scendono dagli alti monti
i pastori nella luce di primavera, sotto l'ombra
degli alberi serenamente, assieme, celebrano le Muse.
Vennero anche il giovane Dafni e il vecchio Palemone:
e tutti si apprestavano a cantare le lodi del cuculo.
Ecco la primavera, cinta di una ghirlanda di fiori;
ecco il freddo inverno, irto di capelli ghiacciati.
Tra loro nacque un gran contendere sul canto del cuculo.
Per prima cantò la primavera, modulando una strofa di tre versi:
PRIMAVERA
"Venga il mio cuculo, uccello carissimo,
ospite assai gradito per tutte le case,
modulando dolci canti con il becco rosso."
INVERNO
Invece gelido con voce cupa rispose:
"Non venga il cuculo, ma dorma nelle oscure caverna,
poiché suole portare con sé la fame."
PRIMAVERA
"Voglio che venga il mio cuculo per sempre compagno luminoso del sole
perché respinga il freddo con lieti germogli;
Febo ama il cuculo nella crescente luce serena."
INVERNO
"No, sia remoto il cuculo che porta fatiche,
aumenta i contrasti, dissolve l'amato riposo,
altera ogni cosa, ne soffrono i mari e le terre."
PRIMAVERA
"Perché, o stanco inverno, inventi sul cuculo canti villani,
tu che torpido ti rintani negli antri tenebrosi,
dopo i banchetti di Venere, dopo i bicchieri dell'ebro Bacco?"
INVERNO
"Favorisco la ricchezza, i lieti banchetti,
offro in casa una dolce quiete nel tepore del fuoco.
Il cuculo ignora queste cose, perfido invece trama contro di me."
PRIMAVERA
"Ma il cuculo porterà nel becco fiori, regala il miele,
e costruisce nidi e naviga placide onde
e genera prole e riveste di festa i campi."
INVERNO
"Mi sono ostili queste cose che a te sembrano felici,
preferisco contare, nei forzieri, i tesori bramati,
e insieme assaporare i cibi e riposare all'infinito."
PRIMAVERA
"Ma chi, o lento inverno, sempre pronto a dormire,
ti accumula ricchezze, ti ammassa tesori,
se, prima di te, la primavera e l'estate nulla fanno?"
INVERNO
"È vero, ma proprio perché per me si affaticano,
sono anche servi obbedienti al nostro volere,
essi ammucchiano per il loro padrone tutto ciò che producono."
PRIMAVERA
"Non sei un loro padrone, ma un povero diavolo debole e superbo.
Né infatti potresti gozzovigliare così tanto da solo
se, ritornando, il cuculo non ti portasse da nutrirti."
PALEMONE
Allora plaudendo dal suo alto sito Palemone rispose
e anche Dafni insieme, e la folla dei placidi pastori:
"Smettila di parlare a vanvera, tu inverno scialaquatore, falsamente prodigo, crudele.
Ben venga il cuculo, dolce amico dei pastori,
le nostre colline si coprano lietamente di germogli,
vi siano pascoli per il gregge, e una pace rassicurante nei campi,
e i verdi rami ristorino con l'ombra le persone stanche,
vengano le caprette dalle gonfie poppe alla mungitura
e gli uccelli salutino il sole con le voci più varie.
Vieni subito, ancora più in fretta, o cuculo!
Tu che già fosti un dolce amore e un graditissimo ospite:
tutto ti attende, il mare, la terra, il cielo,
salute a te, dolce bellezza, salute a te, nei secoli, o cuculo!"
ALCUINO DI YORK

sabato 20 marzo 2010

Yo soy quien libre me vi - Son chi libero si vide

Yo soy quien libre me vi, 
yo quien puderia olvidaros,
yo so el que por amaros
estoy desque os conoscì,
sin Dios y sin vos y mì.

Sin Dios, porque en vos adoro,
sin vos, pues no queréis;
pues sin mì ya està de coro
que vos sois quien me tenéis.
Assì que triste nascì,
pues que pudiera olvidaros;
yo so el que por amaros
estò desque os conoscì,
sin Dios y sin vos y mì.


Son chi libero si vide,
son chi obliare voi potrebbe:
son chi per amare voi
sto, d quando vi conobbi,
senza Dio, né voi, né me.

Senza Dio, perchè vi adoro,
senza voi, ché non m'amate,
senza me, sia ben a mente,
perché voi mi possedete.
È così che nacqui triste:
se sol vi dimenticassi!
Son chi per amare voi
sto, da quando vi conobbi,
senza Dio, né voi, né me.

JORGE MANRIQUE

sabato 13 marzo 2010

Buscad, buen amor - Ricercate, caro amore

Buscad, buen amor,
con qué me falaguedes,
que mal enojada me tenedes.
Anoche, amor,
os estuve aguardando,
la puerta abierta,
candelas quemando;
y vos, buen amor,
con otra holgando.
Que mal enojadame tenedes.


Ricercate, caro amore,
in qual modo vezzeggiarmi,
ché son molto incollerita.
Ieri notte, amore mio,
sono stata ad aspettarvi,
con la porta ben aperta,
le candele consumando,
mentre voi, amore caro,
con un'altra a divertirvi:
ché son molto incollerita.

ANONIMO

lunedì 8 marzo 2010

Ad Murielem litteratam - Alla letterata Muriel

Tempora prisca decem se iactavere sibillis
et vestri sexus gloria multa fuit.
Unius ingenio presentia secula gaudent
et non ex toto virgine vate carent.
Nunc quoque sunt homini quedam commercia divum,
quos puto, nec fallor, virginis ore loqui.
Mente tua posuere dei penetrale verendum
osque sacrum vatem constituere suum.
Ore tuo quecumque fluunt vigilata priorum
trascendunt, solis inferiora deis.
Quicquid enim spiras est immortale tuumque
tanquam divinum mundus adorat opus.
Deprimis ingenio vates celebresque poetas
et stupet eloquio sexus uterque tuo.
Carmina missa mihi decies spectata revolvens
miror et ex aditis illa venire reor.
Non est humanum tam sacros posse labores
nec te, sed per te numina credo loqui.
Pondera verborum, sensus gravis, ordo venustus
vultum divine condicionis habent.
Cum miror quanta se maiestate tuentur,
parcius exilii triste recordor onus.
Forsitan ignoras, sed ego dum tutor honestum,
dum sacri partes ordinis, exsul agor.
Exilii curas et pondera dura laborum
alleviare tuo carmine virgo potes.
Allevies oro, nec quem Fortuna reliquit
linquere, fortune tu comes ipsa, velis.
Ne mihi verba neges, levius nil poscere possum:
Exulis obsequium nitar ubique tuum.

L'antichità di gloriava di dieci Sibille
e fu grande la gloria per il femminile.
Il tempo nostro ammira l'ingegno di una sola,
e non è del tutto privo di una voce di donna.
Oggi ancora c'è un contatto con gli dei,
essi parlano, ne sono sicuro, attraverso una vergine.
Nella tua mente posero un luogo venerando,
e nella tua sacra bocca fissarono il loro oracolo.
Le cose che escono dalla tua bocca trascendono
le vigili opere degli antichi, inferiori solo agli dei.
Qualunque cosa tu dici è immortale
e il mondo adora la tua opera come dono divino.
Tu oscuri con l'ingegno i profeti e i poeti più illustri,
l'uomo e la donna la tua eloquenza stupisce.
Dieci volte ho riletto i carmi inviati, e tanto
li ammiro e penso giungano dal profondo del cuore.
Inumano è perciò un simile impegno
e forse non tu parli, ma per te parlano gli dei.
Il peso delle parole, il senso solenne, l'elegante struttura
suggeriscono un'immagine divina.
Quando ammiro la maestà di cui sono rivestite
meno amaro è per me il terribile esilio.
Forse lo ignori, me mentre difenfo l'onesto
e i beni della chiesa, vivo da esule.
Tu puoi alleviare le pene dell'esilio
e la dura fatica con il tuo canto, o vergine.
Allevia sì, e non abbandonare chi la Fortuna
ha già disertato, tu stessa compagna della fortuna.
Non negarmi le tue parole, nulla posso chiedere meno di questo:
nulla da te sposso sperare, se mi negherai le parole.
Se non rifiuterai l'omaggio dell'esule
ovunque, esule, io cercherò di renderti omaggio.

ILDEBERTO DI LAVARDIN

sabato 6 marzo 2010

Desseoso con desseo - Desideroso e in desiderio

Desseoso con desseo
desseando todavía,
ando triste pues non veo
la gentil señora mía,
la que amo sin follía
    desseando todavía.
De plazer ya non me plaze,
desplazer he noite e día,
pues Ventura assí me faze
apartado todavía
de aquesta señora mía,
    desseando todavía.
Pensar otro pensamento
penso que non osaría;
mi ben e consolamento
es loar su loçanía
d'esta linda en cortesía,
     desseando todavía.
Cuido con grand cuidado
cuidando sin alegría,
donde, pues bivo apartado
de quien me fazer solía
muíto ben sin villanía,
     desseando todavía. 

Desideroso e in desiderio
desiderando ogni momento,
vado triste perché non vedo
la gentile signora mia,
colei che amo senza follia,
     desiderando ogni momento.
Non mi piace quanto a piacere
e dispiacere ho notte e dì,
poiché la sorte vuol così,
che resti ancora separato
da questa ch'è signora mia,
     desiderando ogni momento.
Né di pensare altro pensiero
penso che io non oserei,
perché conforto e bene mio
sta nel lodare lo splendore
di tal beltà in cortesia,
     desiderando ogni momento.
Mi prendo cura con gran cura
curando ciò senza allegria,
visto che vivo separato
da quella che voleva farmi
gran bene senza villania,
     desiderando ogni momento.

ALFONSO ÁLVAREZ DE VILLASANDINO

giovedì 4 febbraio 2010

O dei proles - Il pianto della natura

"O dei proles genitrixque rerum,
vinculum mundi stebilisque nexus,
gemma terrenis, speculum caducis,
                 lucifer orbis.
Pax amor virtus regimen potestas
ordo lex finis via dux origo
vita lux splendor species figura
                 regula mundi.
Que, tuis mundum moderans habenis,
cuncta concordi stabilita nodo
nectis et pacis glutino maritas
                 celica terris.
Que, Noys puras recolens ideas,
singulas rerum species monetas,
rem togans forma clamidemque forme
                 pollice formans.
Cui favet celum, famulatur aer,
quam colit tellus, veneratur unda,
cui, velut mundi domine, tributum
                 singula solvunt.
Que, diem nocti vicibus cathenans,
cereum solis tribuis diei,
lucido lune speculo soporans
                 nubila noctis.
Que polum stellis variis inauras,
etheris nostri solium serenans,
siderum gemmis varioque celum
                 milite comples.
Que novis celi faciem figuris
protheans mutas aviumque vulgus
aeris nostri regione donas
                 legeque stringis.
Cuius ad nutum iuveniscit orbis,
silva crispatur folii capillo
et sua florum tunicata veste
                 terra superbit.
Que minas ponti sepelis et auges,
sincopans cursum pelagi furori,
ne soli vultum tumulare possit
                 equoris estus.
Tu vie causam resera petenti,
cur petis terras, peregrina celis?
Cur tue nostris deitatis offers
                 munera terris?
Ora cur fletus pulvia rigantus?
Quid tui vultus lacrime prophetant?
Fletus interni satis est doloris
                 lingua fidelis".

"O figlia di Dio, genitrice di ogni cosa,
vincolo del mondo e legame sicuro,
gemma e specchio delle cose caduche,
luce dell'universo.
Pace amore virtù guida potenza
ordine legge fine via comando origine
vita luce splendore forma immagine
regola del mondo.
Tu che guidi il mondo con le tue redini
le cose tutte nel nodo della concordia
stringe e con un vncolo di pace intrecci
le celesti cose alla terra.
Tu, che contempli le idee pure della Mente,
forgi ogni singolo aspetto delle cose,
di forma la materia ricopri e con il pollice
plasmi questa forma.
Ti onora il cielo, ti è sottomessa l'aria,
ti rende omaggio la terra, l'onda ti venera,
le cose tutte un tributo danno
a te, sovrana del mondo.
Alterni il giorno e la notte,
al giorno consegni la fiaccola del sole,
culli le nubi della notte
al brillante specchio della luna.
Tu rendi d'oro il cielo con molteplici stelle,
rassereni le regioni della nostra atmosfera,
riempi il cielo delle gemme degli astri
e delle loro molteplici schiere.
Trasformandoti muti il volto del cielo
con nuove figure e fai dono
alla nostra atmosfera di una moltitudine di uccelli
e li sottometti alla tua legge.
Al tuo cenno ringiovanisce l'universo,
le selve ondeggiano con mille e mille foglie,
e fiera è la terra di vedersi ricoperta
del suo manto di fiori.
Tu riduci o accresci la minaccia del mare,
bloccando la furibonda corsa dei flutti,
così che le acque in tumulto non possano ricoprire
il volto della terra.
Ora, ti prego, dimmi perchè
esule dal cielo, ritorni sulla terra?
Perchè offri alle nostre terre
i doni della tua divinità?
Perchè il tuo volto è rigato di pianto?
Che significano quelle lacrime sul tuo viso?
Il pianto è infatti voce fedele
di un profondo dolore."



ALANO DI LILLA

lunedì 1 febbraio 2010

Flamina nos Borea - Il soffio di Borea

Flamina nos Boreae niveo canentia vultu
perterrent subitis motibus atque minis:
tellus ipsa tremit nimio perculsa pavore,
murmurat et pelagus duraque saxa gemunt,
aereos tractus Aquilo nunc vastat iniquus
vocibus horrisonis murmuribusque tonans,
lactea nubifero densantur vellera caelo,
velatur nivea marcida terra stola,
labuntur subito silvoso vertice crines
nunc stat harundineo robur et omne modo,
Titan, clarifico qui resplendebat amictu,
ab scondit radios nunc faciemque suam.
Nos tumidus Boreas vastat -miserabile visu-
doctos grammaticos presbiterosque pios,
namque volans Aquilo non ulli parcit honori
crudeli rostro nos laniando suo.
Fessis ergo favens, Hartgari floride praesul,
sophos Scottigenas suspice corde pio:
scandere sic valeas caelestia templa beatus,
aetheream Solimam perpetuamque Sion.

Praesulis eximii clementia mensque serena
flamina devicit rite superba domans.
Suscepit blandus fessosque loquacibus austris
eripuit ternos dapsilitate sophos,
et nos vestivit, triplici ditavit honore
et fecit proprias pastor amoenus oves.

Il soffio canuto di Borea con il suo volto di neve
sparge terrore con rapidi moti e minacce:
la terra stessa trema da troppa angoscia percossa,
muggisce il mare, gemono le dure rocce.
Ora il malvagio Aquilone invede gli spazi del cielo
tuonando con una voce dagli orribili suoni e ruggiti,
si addensano nel cielo nuvoloso riccioli lattiginosi,
l'arida terra è ricoperta da una coltre di neve,
scivolano giù improvvise dalle cime della foresta le fronde,
e anche la quercia sembra una canna,
Titano che splendeva con il suo mantello luminoso,
ci nega i raggi del suo volto:
Borea rigonfio colpisce noi -miserabile spettacolo-
noi dotti grammatici e preti devoti;
invero il tempestoso vento del Nord non risparmia dignità
alcuna dilaniandoci con il suo becco crudele.
Tu Hartgar, vescovo illustre, tu che non disdegni i deboli,
accogli benigno i saggi Scoti:
così beato salirai ai templi del Signore,
alla Gerusalemme celeste e alla imperitura Sion.

La clemenza e la serena mente del grande vescovo
hanno sconfitto i superbi venti e li hanno addomesticati.
Dolce e generoso ha accolto noi tre saggi,
strappandoci ai venti ciarlieri che ci avevano stancato,
ci ha vestiti, ci ha onorati tre volte,
ha agito come un buon pastore con le suo pecore.

SEDULIO SCOTO