Sancti spiritus
assit nobis gratia,
quae corda nostra sibi faciat
habitaculum
expulsi inde cunctis vitiis
spiritalibus.
Spiritus alme,
illustrator hominum,
horridas nostrae
mentis purga tenebras.
Amator sancte sensatorum
sempre cogitatuum,
infunde unctionem tuam,
clemens, nostris sensibus.
Tu purificator
ominum flagitorum, spiritus,
purifica nostri
oculum interioris hominis,
ut videri
sumpremus genitor
possit a nobis,
mundi cordis
quem soli cernere
possunt oculi.
Prophetas tu inspirasti,
ut praeconia Christi
praecinuissent inclita
apostolos confortasti,
uti tropheum Christi
per totum mundum veherent
Quando machinam
per verbum suum
fecit deus caeli terrae marium,
tu super aquas
foturus eas
numen tuum expandisti, spiritus.
Tu animabus
vivificandis
aquas foecundas,
tu aspirando
das spiritales
esse homines.
Tu divisum
per linguas mundum et ritus
adunasti, domine,
idolatras
ad cultum dei revocans,
magistrorum optime.
Ergo nos supplicantes tibi
exaundi propitius,
sancte spiritus,
sine quo preces omnes cassae
creduntur et indegnae
dei auribus.
Tu qui omnium
saeculorum sanctos
tui numinis docuisti
instictu amplectendo, spiritus,
ipse hodie
apostolos Christi
donans munere insolito
et cunctis inaudito saeculis
hunc diem gloriosum
fecisti.
Dello Spirito Santo
sia con noi la grazia
e renda i nostri cuori
sua dimora
e vengano allontanati
tutti i vizi dell'anima.
O magnanimo Spirito,
che illumini gli uomini,
dalla nostra mente
tieni lontane le orride tenebre.
O tu, santo, che ami i pensieri
di sempiterna saggezza,
infondi nei nostri sensi,
clemente, il tuo balsamo.
O tu che purifichi
ogni nostra infamia, Spirito,
monda l'occhio
del nostro uomo interiore,
perchè possa
esser da noi visto
l'altissimo genitore,
che soltanto gli occhi
di un cuore mondo
possono conoscere.
Tu mi hsi ispirato i profeti
perchè facessero risuonare
i sublimi messaggi del Cristo,
hai confortato gli apostoli
perchè portassero in ogni dove
il vessillo di Cristo.
Quando Iddio con la sua parola
fece il mondo
del cielo, della terra, dei mari,
tu sulle acque
che avresti riscaldato
hai diffuso la tua potenza, o Spirito.
Tu per le anime
che saranno create,
rendi feconde le acque,
con il tuo soffio
tu concedi agli uomini
di essere spirituali.
Oh signore, hai unito
il mondo diviso
in lingue e riti,
hai richiamato gli idolatri
al culto di Dio,
supremo maestro.
Perciò le nostre preghiere
propizio esaudisci,
o Spirito Santo,
senza di te le nostre preghiere
sono tutte vane e indegne
dell'orecchio di Dio.
Tu che hai insegnato
ai Santi di ogni tempo,
avvolgendoli con la forza
della tua autorità, o Spirito,
anche oggi concedendo
agli apostoli di Cristo
un dono inconsueto
e come non si udiva da secoli,
hai fatto questo giorno
glorioso.
NOTKER IL BALBO
venerdì 21 maggio 2010
venerdì 23 aprile 2010
Ni miento ni me arrepiento - Io non mento e non mi pento
Ni miento ni me arrepiento,
ni digo ni me desnigo,
ni estò triste ni contento,
ni fìo ni desconfìo;
ni bien vivo ni bien muero,
ni soy ageno ni mìo,
ni me venço ni porfìo, ni espero ni despero. Comigo solo contiendo en una fuerte contienda, y no hallo quien me entienda ni yo tampoco me entiendo. Entiendo y sé lo que quiero, mas no entiendo lo que quiera quien quiere siempre que muera sin querer creer que muero.
Io non mento e non mi pento,
io non dico, né disdico,
non son triste, né contento,
non reclamo, né acconsento,
non mi fido, né diffido;
non son vivo e neanche morto,
non son d'altri e neppur mio,
non mi vinco e non m'ostino,
io non spero, né dispero.
Con me solo sono in lotta,
combattendo con l'asprezza
e non trovo chi m'intenda,
e pur io non so capirmi.
Quel che voglio, intendo e so,
ma non quello che richiede
chi vuol sempre che mi muoia
senza credere che muoia.
JORGE MANRIQUE
ni digo ni me desnigo,
ni estò triste ni contento,
ni fìo ni desconfìo;
ni bien vivo ni bien muero,
ni soy ageno ni mìo,
ni me venço ni porfìo, ni espero ni despero. Comigo solo contiendo en una fuerte contienda, y no hallo quien me entienda ni yo tampoco me entiendo. Entiendo y sé lo que quiero, mas no entiendo lo que quiera quien quiere siempre que muera sin querer creer que muero.
Io non mento e non mi pento,
io non dico, né disdico,
non son triste, né contento,
non reclamo, né acconsento,
non mi fido, né diffido;
non son vivo e neanche morto,
non son d'altri e neppur mio,
non mi vinco e non m'ostino,
io non spero, né dispero.
Con me solo sono in lotta,
combattendo con l'asprezza
e non trovo chi m'intenda,
e pur io non so capirmi.
Quel che voglio, intendo e so,
ma non quello che richiede
chi vuol sempre che mi muoia
senza credere che muoia.
JORGE MANRIQUE
mercoledì 24 marzo 2010
Conflictus veris et hiemis - Il contrasto tra la primavera e l'inverno
Conveniunt subito cuncti de montibus altis
pastores pecudum vernali luce sub umbra
arborea, pariter laetas celebrare Camenas.
Adfuit et iuvenis Dafnis seniorque Palemon;
omnes hi cuculo laudes cantare parabant.
Ver quoque florigero succinctus stemmate venit,
frigida venit Hiems, rigidis hirsuta capillis.
His certamen erat cuculi de carmine grande.
Ver prior adlusit ternos modulamine versus:
VER
"Opto meus veniat cuculus, carissimus ales.
Omnibus iste solet fieri gratissimus hospes
in tectis modulans rutilo bona carmina rostro."
HIEMS
Tum glacialis Hiems respondit voce severa:
"Non veniat cuculus, nigris sed dormiat antris.
Iste famem secum semper portare suescit."
VER
"opto meus veniat cuculus cum germine laeto,
frigora depellat, Phoebo comes almus in aevum.
Phoebus amat cuculum crescenti luce serena."
HIEMS
"Non veniat cuculus, generat quia forte labores,
proelia congeminat, requiem disiungit amatam,
omnia disturbat: pelagi terraeque laborant."
VER
"Quid tu, tarda Hiems, cuculo convitia cantas?
Qui torpore gravi tenebrosis tectus in antris
post epulas Veneris, post stulti pocula Bacchi?"
HIEMS
"Sunt mihi divitiae, sunt et convivia laeta,
est requies dulcis, calidus est ignis in aede.
Haec cuculus nescit, sed perfidus ille laborat."
VER
"Ore feret flores cuculus et mella ministrat,
aedificatque domus, placidas et navigat undas,
et generat soboles, laetos et vestiet agros."
HIEMS
"Haec inimica mihi sunt, quae tibi laeta videntur.
Sed placet optatas gazas numerare per arcas
et gaudere cibis simul et requiescere semper."
VER
"Quis tibi, tarda Hiems, semper dormire parata,
divitias cumulat, gazas vel congregat ullas,
si ver vel aestas ante tibi nulla laborant?"
HIEMS
"Vera refers: illi, quoniam mihi multa laborant,
sunt etiam servi nostra ditionne subacti,
iam mihi servantes domino, quaecumque laborant."
VER
"Non illis dominus, sed pauper inopsque superbus,
nec te iam poteris per te tu pascere tantum,
ni tibi qui veniet cuculus alimonia praestet."
PALEMON
Tum respondit ovans sublimi e sede Palemon
et Dafnis pariter, pastorum et turba piorum:
"Desine plura, Hiems; rerum tu prodigus, atrox.
Et veniat cuculus, pastorum dulcis amicus.
Collibus in nostris erumpant germina laeta,
pascua sint pecori, requies et dulcis in arvis,
et virides rami praestent umbracula fessis,
uberibus plenis veniantque ad mulctra capellae,
et volucres varia Phoebum sub voce salutent.
Quapropter citius cuculus nunc ecce venito!
Tu iam dulcis amor, cunctis gratissimus hospes:
omnia te expectant, pelagus tellusque polusque,
salve, dulce decus, cuculus, per saecula salve!"
Rapidi scendono dagli alti monti
i pastori nella luce di primavera, sotto l'ombra
degli alberi serenamente, assieme, celebrano le Muse.
Vennero anche il giovane Dafni e il vecchio Palemone:
e tutti si apprestavano a cantare le lodi del cuculo.
Ecco la primavera, cinta di una ghirlanda di fiori;
ecco il freddo inverno, irto di capelli ghiacciati.
Tra loro nacque un gran contendere sul canto del cuculo.
Per prima cantò la primavera, modulando una strofa di tre versi:
PRIMAVERA
"Venga il mio cuculo, uccello carissimo,
ospite assai gradito per tutte le case,
modulando dolci canti con il becco rosso."
INVERNO
Invece gelido con voce cupa rispose:
"Non venga il cuculo, ma dorma nelle oscure caverna,
poiché suole portare con sé la fame."
PRIMAVERA
"Voglio che venga il mio cuculo per sempre compagno luminoso del sole
perché respinga il freddo con lieti germogli;
Febo ama il cuculo nella crescente luce serena."
INVERNO
"No, sia remoto il cuculo che porta fatiche,
aumenta i contrasti, dissolve l'amato riposo,
altera ogni cosa, ne soffrono i mari e le terre."
PRIMAVERA
"Perché, o stanco inverno, inventi sul cuculo canti villani,
tu che torpido ti rintani negli antri tenebrosi,
dopo i banchetti di Venere, dopo i bicchieri dell'ebro Bacco?"
INVERNO
"Favorisco la ricchezza, i lieti banchetti,
offro in casa una dolce quiete nel tepore del fuoco.
Il cuculo ignora queste cose, perfido invece trama contro di me."
PRIMAVERA
"Ma il cuculo porterà nel becco fiori, regala il miele,
e costruisce nidi e naviga placide onde
e genera prole e riveste di festa i campi."
INVERNO
"Mi sono ostili queste cose che a te sembrano felici,
preferisco contare, nei forzieri, i tesori bramati,
e insieme assaporare i cibi e riposare all'infinito."
PRIMAVERA
"Ma chi, o lento inverno, sempre pronto a dormire,
ti accumula ricchezze, ti ammassa tesori,
se, prima di te, la primavera e l'estate nulla fanno?"
INVERNO
"È vero, ma proprio perché per me si affaticano,
sono anche servi obbedienti al nostro volere,
essi ammucchiano per il loro padrone tutto ciò che producono."
PRIMAVERA
"Non sei un loro padrone, ma un povero diavolo debole e superbo.
Né infatti potresti gozzovigliare così tanto da solo
se, ritornando, il cuculo non ti portasse da nutrirti."
PALEMONE
Allora plaudendo dal suo alto sito Palemone rispose
e anche Dafni insieme, e la folla dei placidi pastori:
"Smettila di parlare a vanvera, tu inverno scialaquatore, falsamente prodigo, crudele.
Ben venga il cuculo, dolce amico dei pastori,
le nostre colline si coprano lietamente di germogli,
vi siano pascoli per il gregge, e una pace rassicurante nei campi,
e i verdi rami ristorino con l'ombra le persone stanche,
vengano le caprette dalle gonfie poppe alla mungitura
e gli uccelli salutino il sole con le voci più varie.
Vieni subito, ancora più in fretta, o cuculo!
Tu che già fosti un dolce amore e un graditissimo ospite:
tutto ti attende, il mare, la terra, il cielo,
salute a te, dolce bellezza, salute a te, nei secoli, o cuculo!"
ALCUINO DI YORK
pastores pecudum vernali luce sub umbra
arborea, pariter laetas celebrare Camenas.
Adfuit et iuvenis Dafnis seniorque Palemon;
omnes hi cuculo laudes cantare parabant.
Ver quoque florigero succinctus stemmate venit,
frigida venit Hiems, rigidis hirsuta capillis.
His certamen erat cuculi de carmine grande.
Ver prior adlusit ternos modulamine versus:
VER
"Opto meus veniat cuculus, carissimus ales.
Omnibus iste solet fieri gratissimus hospes
in tectis modulans rutilo bona carmina rostro."
HIEMS
Tum glacialis Hiems respondit voce severa:
"Non veniat cuculus, nigris sed dormiat antris.
Iste famem secum semper portare suescit."
VER
"opto meus veniat cuculus cum germine laeto,
frigora depellat, Phoebo comes almus in aevum.
Phoebus amat cuculum crescenti luce serena."
HIEMS
"Non veniat cuculus, generat quia forte labores,
proelia congeminat, requiem disiungit amatam,
omnia disturbat: pelagi terraeque laborant."
VER
"Quid tu, tarda Hiems, cuculo convitia cantas?
Qui torpore gravi tenebrosis tectus in antris
post epulas Veneris, post stulti pocula Bacchi?"
HIEMS
"Sunt mihi divitiae, sunt et convivia laeta,
est requies dulcis, calidus est ignis in aede.
Haec cuculus nescit, sed perfidus ille laborat."
VER
"Ore feret flores cuculus et mella ministrat,
aedificatque domus, placidas et navigat undas,
et generat soboles, laetos et vestiet agros."
HIEMS
"Haec inimica mihi sunt, quae tibi laeta videntur.
Sed placet optatas gazas numerare per arcas
et gaudere cibis simul et requiescere semper."
VER
"Quis tibi, tarda Hiems, semper dormire parata,
divitias cumulat, gazas vel congregat ullas,
si ver vel aestas ante tibi nulla laborant?"
HIEMS
"Vera refers: illi, quoniam mihi multa laborant,
sunt etiam servi nostra ditionne subacti,
iam mihi servantes domino, quaecumque laborant."
VER
"Non illis dominus, sed pauper inopsque superbus,
nec te iam poteris per te tu pascere tantum,
ni tibi qui veniet cuculus alimonia praestet."
PALEMON
Tum respondit ovans sublimi e sede Palemon
et Dafnis pariter, pastorum et turba piorum:
"Desine plura, Hiems; rerum tu prodigus, atrox.
Et veniat cuculus, pastorum dulcis amicus.
Collibus in nostris erumpant germina laeta,
pascua sint pecori, requies et dulcis in arvis,
et virides rami praestent umbracula fessis,
uberibus plenis veniantque ad mulctra capellae,
et volucres varia Phoebum sub voce salutent.
Quapropter citius cuculus nunc ecce venito!
Tu iam dulcis amor, cunctis gratissimus hospes:
omnia te expectant, pelagus tellusque polusque,
salve, dulce decus, cuculus, per saecula salve!"
Rapidi scendono dagli alti monti
i pastori nella luce di primavera, sotto l'ombra
degli alberi serenamente, assieme, celebrano le Muse.
Vennero anche il giovane Dafni e il vecchio Palemone:
e tutti si apprestavano a cantare le lodi del cuculo.
Ecco la primavera, cinta di una ghirlanda di fiori;
ecco il freddo inverno, irto di capelli ghiacciati.
Tra loro nacque un gran contendere sul canto del cuculo.
Per prima cantò la primavera, modulando una strofa di tre versi:
PRIMAVERA
"Venga il mio cuculo, uccello carissimo,
ospite assai gradito per tutte le case,
modulando dolci canti con il becco rosso."
INVERNO
Invece gelido con voce cupa rispose:
"Non venga il cuculo, ma dorma nelle oscure caverna,
poiché suole portare con sé la fame."
PRIMAVERA
"Voglio che venga il mio cuculo per sempre compagno luminoso del sole
perché respinga il freddo con lieti germogli;
Febo ama il cuculo nella crescente luce serena."
INVERNO
"No, sia remoto il cuculo che porta fatiche,
aumenta i contrasti, dissolve l'amato riposo,
altera ogni cosa, ne soffrono i mari e le terre."
PRIMAVERA
"Perché, o stanco inverno, inventi sul cuculo canti villani,
tu che torpido ti rintani negli antri tenebrosi,
dopo i banchetti di Venere, dopo i bicchieri dell'ebro Bacco?"
INVERNO
"Favorisco la ricchezza, i lieti banchetti,
offro in casa una dolce quiete nel tepore del fuoco.
Il cuculo ignora queste cose, perfido invece trama contro di me."
PRIMAVERA
"Ma il cuculo porterà nel becco fiori, regala il miele,
e costruisce nidi e naviga placide onde
e genera prole e riveste di festa i campi."
INVERNO
"Mi sono ostili queste cose che a te sembrano felici,
preferisco contare, nei forzieri, i tesori bramati,
e insieme assaporare i cibi e riposare all'infinito."
PRIMAVERA
"Ma chi, o lento inverno, sempre pronto a dormire,
ti accumula ricchezze, ti ammassa tesori,
se, prima di te, la primavera e l'estate nulla fanno?"
INVERNO
"È vero, ma proprio perché per me si affaticano,
sono anche servi obbedienti al nostro volere,
essi ammucchiano per il loro padrone tutto ciò che producono."
PRIMAVERA
"Non sei un loro padrone, ma un povero diavolo debole e superbo.
Né infatti potresti gozzovigliare così tanto da solo
se, ritornando, il cuculo non ti portasse da nutrirti."
PALEMONE
Allora plaudendo dal suo alto sito Palemone rispose
e anche Dafni insieme, e la folla dei placidi pastori:
"Smettila di parlare a vanvera, tu inverno scialaquatore, falsamente prodigo, crudele.
Ben venga il cuculo, dolce amico dei pastori,
le nostre colline si coprano lietamente di germogli,
vi siano pascoli per il gregge, e una pace rassicurante nei campi,
e i verdi rami ristorino con l'ombra le persone stanche,
vengano le caprette dalle gonfie poppe alla mungitura
e gli uccelli salutino il sole con le voci più varie.
Vieni subito, ancora più in fretta, o cuculo!
Tu che già fosti un dolce amore e un graditissimo ospite:
tutto ti attende, il mare, la terra, il cielo,
salute a te, dolce bellezza, salute a te, nei secoli, o cuculo!"
ALCUINO DI YORK
sabato 20 marzo 2010
Yo soy quien libre me vi - Son chi libero si vide
Yo soy quien libre me vi,
yo quien puderia olvidaros,
yo so el que por amaros
estoy desque os conoscì,
sin Dios y sin vos y mì.
Sin Dios, porque en vos adoro,
sin vos, pues no queréis;
pues sin mì ya està de coro
que vos sois quien me tenéis.
Assì que triste nascì,
pues que pudiera olvidaros;
yo so el que por amaros
estò desque os conoscì,
sin Dios y sin vos y mì.
Son chi libero si vide,
son chi obliare voi potrebbe:
son chi per amare voi
sto, d quando vi conobbi,
senza Dio, né voi, né me.
Senza Dio, perchè vi adoro,
senza voi, ché non m'amate,
senza me, sia ben a mente,
perché voi mi possedete.
È così che nacqui triste:
se sol vi dimenticassi!
Son chi per amare voi
sto, da quando vi conobbi,
senza Dio, né voi, né me.
JORGE MANRIQUE
yo quien puderia olvidaros,
yo so el que por amaros
estoy desque os conoscì,
sin Dios y sin vos y mì.
Sin Dios, porque en vos adoro,
sin vos, pues no queréis;
pues sin mì ya està de coro
que vos sois quien me tenéis.
Assì que triste nascì,
pues que pudiera olvidaros;
yo so el que por amaros
estò desque os conoscì,
sin Dios y sin vos y mì.
Son chi libero si vide,
son chi obliare voi potrebbe:
son chi per amare voi
sto, d quando vi conobbi,
senza Dio, né voi, né me.
Senza Dio, perchè vi adoro,
senza voi, ché non m'amate,
senza me, sia ben a mente,
perché voi mi possedete.
È così che nacqui triste:
se sol vi dimenticassi!
Son chi per amare voi
sto, da quando vi conobbi,
senza Dio, né voi, né me.
JORGE MANRIQUE
sabato 13 marzo 2010
Buscad, buen amor - Ricercate, caro amore
Buscad, buen amor,
con qué me falaguedes,
que mal enojada me tenedes.
Anoche, amor,
os estuve aguardando,
la puerta abierta,
candelas quemando;
y vos, buen amor,
con otra holgando.
Que mal enojadame tenedes.
Ricercate, caro amore,
in qual modo vezzeggiarmi,
ché son molto incollerita.
Ieri notte, amore mio,
sono stata ad aspettarvi,
con la porta ben aperta,
le candele consumando,
mentre voi, amore caro,
con un'altra a divertirvi:
ché son molto incollerita.
ANONIMO
con qué me falaguedes,
que mal enojada me tenedes.
Anoche, amor,
os estuve aguardando,
la puerta abierta,
candelas quemando;
y vos, buen amor,
con otra holgando.
Que mal enojadame tenedes.
Ricercate, caro amore,
in qual modo vezzeggiarmi,
ché son molto incollerita.
Ieri notte, amore mio,
sono stata ad aspettarvi,
con la porta ben aperta,
le candele consumando,
mentre voi, amore caro,
con un'altra a divertirvi:
ché son molto incollerita.
ANONIMO
lunedì 8 marzo 2010
Ad Murielem litteratam - Alla letterata Muriel
Tempora prisca decem se iactavere sibillis
et vestri sexus gloria multa fuit.
Unius ingenio presentia secula gaudent
et non ex toto virgine vate carent.
Nunc quoque sunt homini quedam commercia divum,
quos puto, nec fallor, virginis ore loqui.
Mente tua posuere dei penetrale verendum
osque sacrum vatem constituere suum.
Ore tuo quecumque fluunt vigilata priorum
trascendunt, solis inferiora deis.
Quicquid enim spiras est immortale tuumque
tanquam divinum mundus adorat opus.
Deprimis ingenio vates celebresque poetas
et stupet eloquio sexus uterque tuo.
Carmina missa mihi decies spectata revolvens
miror et ex aditis illa venire reor.
Non est humanum tam sacros posse labores
nec te, sed per te numina credo loqui.
Pondera verborum, sensus gravis, ordo venustus
vultum divine condicionis habent.
Cum miror quanta se maiestate tuentur,
parcius exilii triste recordor onus.
Forsitan ignoras, sed ego dum tutor honestum,
dum sacri partes ordinis, exsul agor.
Exilii curas et pondera dura laborum
alleviare tuo carmine virgo potes.
Allevies oro, nec quem Fortuna reliquit
linquere, fortune tu comes ipsa, velis.
Ne mihi verba neges, levius nil poscere possum:
Exulis obsequium nitar ubique tuum.
L'antichità di gloriava di dieci Sibille
e fu grande la gloria per il femminile.
Il tempo nostro ammira l'ingegno di una sola,
e non è del tutto privo di una voce di donna.
Oggi ancora c'è un contatto con gli dei,
essi parlano, ne sono sicuro, attraverso una vergine.
Nella tua mente posero un luogo venerando,
e nella tua sacra bocca fissarono il loro oracolo.
Le cose che escono dalla tua bocca trascendono
le vigili opere degli antichi, inferiori solo agli dei.
Qualunque cosa tu dici è immortale
e il mondo adora la tua opera come dono divino.
Tu oscuri con l'ingegno i profeti e i poeti più illustri,
l'uomo e la donna la tua eloquenza stupisce.
Dieci volte ho riletto i carmi inviati, e tanto
li ammiro e penso giungano dal profondo del cuore.
Inumano è perciò un simile impegno
e forse non tu parli, ma per te parlano gli dei.
Il peso delle parole, il senso solenne, l'elegante struttura
suggeriscono un'immagine divina.
Quando ammiro la maestà di cui sono rivestite
meno amaro è per me il terribile esilio.
Forse lo ignori, me mentre difenfo l'onesto
e i beni della chiesa, vivo da esule.
Tu puoi alleviare le pene dell'esilio
e la dura fatica con il tuo canto, o vergine.
Allevia sì, e non abbandonare chi la Fortuna
ha già disertato, tu stessa compagna della fortuna.
Non negarmi le tue parole, nulla posso chiedere meno di questo:
nulla da te sposso sperare, se mi negherai le parole.
Se non rifiuterai l'omaggio dell'esule
ovunque, esule, io cercherò di renderti omaggio.
ILDEBERTO DI LAVARDIN
et vestri sexus gloria multa fuit.
Unius ingenio presentia secula gaudent
et non ex toto virgine vate carent.
Nunc quoque sunt homini quedam commercia divum,
quos puto, nec fallor, virginis ore loqui.
Mente tua posuere dei penetrale verendum
osque sacrum vatem constituere suum.
Ore tuo quecumque fluunt vigilata priorum
trascendunt, solis inferiora deis.
Quicquid enim spiras est immortale tuumque
tanquam divinum mundus adorat opus.
Deprimis ingenio vates celebresque poetas
et stupet eloquio sexus uterque tuo.
Carmina missa mihi decies spectata revolvens
miror et ex aditis illa venire reor.
Non est humanum tam sacros posse labores
nec te, sed per te numina credo loqui.
Pondera verborum, sensus gravis, ordo venustus
vultum divine condicionis habent.
Cum miror quanta se maiestate tuentur,
parcius exilii triste recordor onus.
Forsitan ignoras, sed ego dum tutor honestum,
dum sacri partes ordinis, exsul agor.
Exilii curas et pondera dura laborum
alleviare tuo carmine virgo potes.
Allevies oro, nec quem Fortuna reliquit
linquere, fortune tu comes ipsa, velis.
Ne mihi verba neges, levius nil poscere possum:
Exulis obsequium nitar ubique tuum.
L'antichità di gloriava di dieci Sibille
e fu grande la gloria per il femminile.
Il tempo nostro ammira l'ingegno di una sola,
e non è del tutto privo di una voce di donna.
Oggi ancora c'è un contatto con gli dei,
essi parlano, ne sono sicuro, attraverso una vergine.
Nella tua mente posero un luogo venerando,
e nella tua sacra bocca fissarono il loro oracolo.
Le cose che escono dalla tua bocca trascendono
le vigili opere degli antichi, inferiori solo agli dei.
Qualunque cosa tu dici è immortale
e il mondo adora la tua opera come dono divino.
Tu oscuri con l'ingegno i profeti e i poeti più illustri,
l'uomo e la donna la tua eloquenza stupisce.
Dieci volte ho riletto i carmi inviati, e tanto
li ammiro e penso giungano dal profondo del cuore.
Inumano è perciò un simile impegno
e forse non tu parli, ma per te parlano gli dei.
Il peso delle parole, il senso solenne, l'elegante struttura
suggeriscono un'immagine divina.
Quando ammiro la maestà di cui sono rivestite
meno amaro è per me il terribile esilio.
Forse lo ignori, me mentre difenfo l'onesto
e i beni della chiesa, vivo da esule.
Tu puoi alleviare le pene dell'esilio
e la dura fatica con il tuo canto, o vergine.
Allevia sì, e non abbandonare chi la Fortuna
ha già disertato, tu stessa compagna della fortuna.
Non negarmi le tue parole, nulla posso chiedere meno di questo:
nulla da te sposso sperare, se mi negherai le parole.
Se non rifiuterai l'omaggio dell'esule
ovunque, esule, io cercherò di renderti omaggio.
ILDEBERTO DI LAVARDIN
sabato 6 marzo 2010
Desseoso con desseo - Desideroso e in desiderio
Desseoso con desseo
desseando todavía,
ando triste pues non veo
la gentil señora mía,
la que amo sin follía
desseando todavía.
De plazer ya non me plaze,
desplazer he noite e día,
pues Ventura assí me faze
apartado todavía
de aquesta señora mía,
desseando todavía.
Pensar otro pensamento
penso que non osaría;
mi ben e consolamento
es loar su loçanía
d'esta linda en cortesía,
desseando todavía.
Cuido con grand cuidado
cuidando sin alegría,
donde, pues bivo apartado
de quien me fazer solía
muíto ben sin villanía,
desseando todavía.
Desideroso e in desiderio
desiderando ogni momento,
vado triste perché non vedo
la gentile signora mia,
colei che amo senza follia,
desiderando ogni momento.
Non mi piace quanto a piacere
e dispiacere ho notte e dì,
poiché la sorte vuol così,
che resti ancora separato
da questa ch'è signora mia,
desiderando ogni momento.
Né di pensare altro pensiero
penso che io non oserei,
perché conforto e bene mio
sta nel lodare lo splendore
di tal beltà in cortesia,
desiderando ogni momento.
Mi prendo cura con gran cura
curando ciò senza allegria,
visto che vivo separato
da quella che voleva farmi
gran bene senza villania,
desiderando ogni momento.
ALFONSO ÁLVAREZ DE VILLASANDINO
desseando todavía,
ando triste pues non veo
la gentil señora mía,
la que amo sin follía
desseando todavía.
De plazer ya non me plaze,
desplazer he noite e día,
pues Ventura assí me faze
apartado todavía
de aquesta señora mía,
desseando todavía.
Pensar otro pensamento
penso que non osaría;
mi ben e consolamento
es loar su loçanía
d'esta linda en cortesía,
desseando todavía.
Cuido con grand cuidado
cuidando sin alegría,
donde, pues bivo apartado
de quien me fazer solía
muíto ben sin villanía,
desseando todavía.
Desideroso e in desiderio
desiderando ogni momento,
vado triste perché non vedo
la gentile signora mia,
colei che amo senza follia,
desiderando ogni momento.
Non mi piace quanto a piacere
e dispiacere ho notte e dì,
poiché la sorte vuol così,
che resti ancora separato
da questa ch'è signora mia,
desiderando ogni momento.
Né di pensare altro pensiero
penso che io non oserei,
perché conforto e bene mio
sta nel lodare lo splendore
di tal beltà in cortesia,
desiderando ogni momento.
Mi prendo cura con gran cura
curando ciò senza allegria,
visto che vivo separato
da quella che voleva farmi
gran bene senza villania,
desiderando ogni momento.
ALFONSO ÁLVAREZ DE VILLASANDINO
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