lunedì 8 marzo 2010

Ad Murielem litteratam - Alla letterata Muriel

Tempora prisca decem se iactavere sibillis
et vestri sexus gloria multa fuit.
Unius ingenio presentia secula gaudent
et non ex toto virgine vate carent.
Nunc quoque sunt homini quedam commercia divum,
quos puto, nec fallor, virginis ore loqui.
Mente tua posuere dei penetrale verendum
osque sacrum vatem constituere suum.
Ore tuo quecumque fluunt vigilata priorum
trascendunt, solis inferiora deis.
Quicquid enim spiras est immortale tuumque
tanquam divinum mundus adorat opus.
Deprimis ingenio vates celebresque poetas
et stupet eloquio sexus uterque tuo.
Carmina missa mihi decies spectata revolvens
miror et ex aditis illa venire reor.
Non est humanum tam sacros posse labores
nec te, sed per te numina credo loqui.
Pondera verborum, sensus gravis, ordo venustus
vultum divine condicionis habent.
Cum miror quanta se maiestate tuentur,
parcius exilii triste recordor onus.
Forsitan ignoras, sed ego dum tutor honestum,
dum sacri partes ordinis, exsul agor.
Exilii curas et pondera dura laborum
alleviare tuo carmine virgo potes.
Allevies oro, nec quem Fortuna reliquit
linquere, fortune tu comes ipsa, velis.
Ne mihi verba neges, levius nil poscere possum:
Exulis obsequium nitar ubique tuum.

L'antichità di gloriava di dieci Sibille
e fu grande la gloria per il femminile.
Il tempo nostro ammira l'ingegno di una sola,
e non è del tutto privo di una voce di donna.
Oggi ancora c'è un contatto con gli dei,
essi parlano, ne sono sicuro, attraverso una vergine.
Nella tua mente posero un luogo venerando,
e nella tua sacra bocca fissarono il loro oracolo.
Le cose che escono dalla tua bocca trascendono
le vigili opere degli antichi, inferiori solo agli dei.
Qualunque cosa tu dici è immortale
e il mondo adora la tua opera come dono divino.
Tu oscuri con l'ingegno i profeti e i poeti più illustri,
l'uomo e la donna la tua eloquenza stupisce.
Dieci volte ho riletto i carmi inviati, e tanto
li ammiro e penso giungano dal profondo del cuore.
Inumano è perciò un simile impegno
e forse non tu parli, ma per te parlano gli dei.
Il peso delle parole, il senso solenne, l'elegante struttura
suggeriscono un'immagine divina.
Quando ammiro la maestà di cui sono rivestite
meno amaro è per me il terribile esilio.
Forse lo ignori, me mentre difenfo l'onesto
e i beni della chiesa, vivo da esule.
Tu puoi alleviare le pene dell'esilio
e la dura fatica con il tuo canto, o vergine.
Allevia sì, e non abbandonare chi la Fortuna
ha già disertato, tu stessa compagna della fortuna.
Non negarmi le tue parole, nulla posso chiedere meno di questo:
nulla da te sposso sperare, se mi negherai le parole.
Se non rifiuterai l'omaggio dell'esule
ovunque, esule, io cercherò di renderti omaggio.

ILDEBERTO DI LAVARDIN

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