venerdì 21 febbraio 2014

S'i fosse fuoco

S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.


CECCO ANGIOLIERI

sabato 27 luglio 2013

Sire cuens, j’ai vielé

Signor conte, ho suonato la viella
davanti a voi, nel vostro palazzo,
e non mi avete regalato nulla,
né pagato salario:
è villanìa!
Per la fede che devo a Santa Maria,
così non potrò stare al vostro seguito:
la mia scarsella è poco fornita
e la mia borsa poco piena.
 

Signor conte, suvvia comandate
quel che volete di me.
Signore, se v´aggrada,
suvvia, donatemi un bel dono,
per cortesia!
Ché ho desiderio, non ne dubitate,
di tornare dai miei:
quando faccio ritorno a borsa vuota
mia moglie non mi sorride!

Anzi mi dice: “Signor Babbeo,
in che paese siete stato,
che non avete guadagnato nulla?
Troppo siete andato a spasso
giù per la città.
Guardate come è floscio il vostro zaino:
è pieno soltanto di vento.
Sia vituperato chi ha voglia
di stare in vostra compagnia!’

Ma quando torno a casa
e mia moglie ha adocchiato
sulle mie spalle gonfia la bisaccia
e ch´io son ben vestito
d´un abito foderato,
sappiate ch´ella subito ha deposto
giù la conocchia senza far commedie,
e mi sorride schiettamente
e mi getta le braccia al collo.

Mia moglie corre a sciogliere
il mio zaino senza indugio;
la mia serva corre ad ammazzare
due capponi per cucinarli
alla salsa d´aglio;
mia figlia mi porta un pettine
con le sue mani, cortesemente.
Allora son padrone a casa mia
più che nessuno potrebbe narrare.

COLIN MUSET

venerdì 18 gennaio 2013

D'un'amorosa voglia

«D'un'amorosa voglia
d'amar incomenzai,
donna, quando sguardai
lo vostro viso placent'e adorno.

D'un'amorosa voglia
d'amar incomenzai,
donna, vostro vallore;
or m'è tornato 'n doglia,
sí ch'eo nun credo mai
ralegrar lo meo core;
poi sun de vita fore,
donna, pensando bene
la pena che sostene
la vostra signorïa zascun zorno».

«Nun crezati, meo sire,
che per pena ch'eo senta
muti cor né talento.
La mia ment'e 'l desire
molto se ne contenta
et è llui placemento.
Dunqua provedemento
azati al nostr'amare
in volerlo cellare,
ché de voler senza vui non sezorno».

BIAGIO AULIVERII

martedì 27 novembre 2012

Amor, che lungiamente m'ài menato

Amor, che lungiamente m’ài menato
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retine, in pietanza,
chè soperchianza - m’a vinto e stancato;
c’ò più durato - ch’eo non ò possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che non fa assessino asorcuitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este affanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare;
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, - prenda voi merzide,
che ben è dolze mal, se no m’auzide.

Oi dolze ciera co sguardo soavi,

più bella d’altra che sia in vostra terra,
trajete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra - e gran trataglia nd’ avi:
ca si gran travi - poco ferro serra,
e poca pioggia grande vento aterra,
però, madonna, non vi ’ncresca gravi,
s’Amor vi sforza, c’ogni cosa inserra;
chè certa no gli è troppo disinore
quand’omo è vinto da un suo megliore,
e tanto più da Amor che vince tutto.
Però non dutto - c’Amor non vi dismova
saggio guerreri vince guerra e prova.

Non dico c’a la vostra gran belleza

orgoglio non convegna e stiavi beni,
c’a bella donna orgoglio ben conveni,
che si manteni - in pregio ed in grandeza.
Troppa altereza - è quella che sconveni;
di grande orgoglio mai ben non aveni.
Però, madonna, la vostra dureza
convertasi in pietanza e si rinfreni;
non si distenda tanto ch’io ne pera.
Lo sole è alto, si face lumera,
e via più quanto ’n altura pare:
vostro orgogliare, - per zo, e vostra alteze
fac[i]ami pro’ e tornimi in dolceze.

E’ allumo dentro e sforzo in far semblanza

di non mostrar zo che lo meo cor senti.
Oi quant’è dura pena al cor dolenti
stare tacenti - e non far dimostranza!
Chè la pesanza - a la ciera consenti,
e fanno vista di lor portamenti,
cosi son volentieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramenti.
Forza di senno è quella che soverchia
ardir di core, asconde ed incoverchia.
Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare - ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n errore.

Amor fa disviare li più saggi,

e chi più ama a pena à in sè misura;
più folle è quello che più si ’nnamura.
Amor non cura - di far suoi dannaggi,
ca li coraggi - mette in tal calura,
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ lor cominciamenti per natura.
Dunque, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra man dentro e di fore,
ch’Amor mi sbatte e smena che no abento,
sì come vento - smena nave in onda.
Voi siete meo pennel che non affonda.


GUIDO DELLE COLONNE

lunedì 1 ottobre 2012

Amor m'a priso

Amor m'a priso e incarnato tutto,
e a lo core di sé fa posanza,
e di ciascuno menbro tragge frutto,
dapoi che priso à tanto di possanza.

Doglia, onta, danno àme condutto
e del mal meo mi fa 'ver disïanza,
e del ben di lei spietato m'è 'n tutto:
sì meve e ciascun c'ama à 'n disdegnanza;

Spessamente il chiam'e dico: «Amore,
chi t'à dato di me tal signoraggio,
ch'ài conquiso meo senno e meo valore?»

Eo prego che.tti facci meo messaggio
e che vadi davante 'l tuo signore
e d'esto convenente lo fa' saggio.

GUITTONE D'AREZZO

sabato 22 settembre 2012

Amore è uno desi[o] che ven da' core

Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.

Ben è alcuna fiata om amatore

senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:

ché li occhi rapresenta[n] a lo core

d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;

e lo cor, che di zo è concepitore,

imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.


JACOPO DA LENTINI

mercoledì 3 agosto 2011

Versus ad regem precando - Preghiera a Carlo Magno

Verba tui famuli, rex summe, adtende sereus,
respice et ad fletum cum pietate meum.
Sum miser, ut mereor, quantum vix ullus in orbe est;
semper inest luctus, tristis et hora nihi.
Septimus annus adest, ex quo nova causa dolores
multiplices generat et mea corda quatit.
Captivus vestris extunc germanus in oris
est meus, afflicto pectore, nudus, egens.
Illius in patria coniunx miseranda per omnes
mendicat plateas ore tremente cibos.
Quattuor hac turpi natos sustentat ab arte,
quos vix pannuciis praevalet illa tegi.
Eat mihi, quae prims Christo sacrata sub annis
excubat, egregia simplicitate soror:
haec sub sorte pari luctum sine fine retentans
privata est oculis iam prope flendo suis.
Quantulacunque fuit, direpta est nostra suppellex,
nec est, heu, miseris qui ferat ullus opem.
Coniunx est fratris rebus exclusa paternis,
iamque sumus servis rusticitate pares.
Nobilitas perit miseris, accessit egestas:
debuimus, fateor, asperiora pati.
Sed miserere, potens rector, miserere, precamur,
et tandem finem his, pic, pone malis !
Captivum patriae redde et civilibus arvis,
cum modicis rebus culmina redde simul,
mens nostra ut Christo laudes in saecla frequentet,
reddere qui solus praemia digna potest.

O re grande, ascolta benigno le parole del tuo servo,
guarda con pietà al mio pianto.
Sono infelice quanto nessun altro al mondo, come mi merito;
vivo sempre nel lutto e la mia vita prosegue tristemente.
È il settimo anno da che una causa inattesa mi provoca
dolori senza fine, scuotendo il mio cuore.
Da allora, nelle tue terre, mio fratello è prigioniero,
affranto nell'animo, nudo e senza mezzi.
La sposa miseranda in patria per tutte le piazze
chiede senza tregua del cibo con voce tremante.
Così amaramente provvede ai quattro figlioli,
e a stento riesce a ricoprirli di miseri panni.
Ho anche una sorella dagli anni della giovinezza a Cristo
consacrata, un animo di raro candore il suo:
la sorte per lei è di un'uguale trsitezza e vive un dolore senza fine,
il pianto dirotto le ha quasi tolto la vista.
I nostri beni, per quanto modesti, sono stati trafugati,
non esiste, ahimè, chi porti aiuto ai miseri.
La sposa del fratello è esclusa dai beni paterni,
e la nostra miseria ci fa simili ormai ai servi.
Caduta la nobiltà, per i miseri si è aggiunta l'indigenza.
Avremmo dovuto patire, confesso, mali più duri.
Ma tu, che tutto reggi, abbi di noi pietà, ti preghiamo,
poni fine ai nostri mali, o clemente.
Restituisci il prigioniero alla patria e alla terra
degli avi e con poche cosr ridaglli anche un tetto
perché la nostra anima celebri per sempre le lodi al Cristo,
che solo può darr la giusta ricompensa.

PAOLO DIACONO