«D'un'amorosa voglia
d'amar incomenzai,
donna, quando sguardai
lo vostro viso placent'e adorno.
D'un'amorosa voglia
d'amar incomenzai,
donna, vostro vallore;
or m'è tornato 'n doglia,
sí ch'eo nun credo mai
ralegrar lo meo core;
poi sun de vita fore,
donna, pensando
bene
la pena che sostene
la vostra signorïa zascun zorno».
«Nun crezati, meo sire,
che per pena ch'eo senta
muti cor né talento.
La mia ment'e 'l desire
molto se ne contenta
et è llui placemento.
Dunqua provedemento
azati al nostr'amare
in volerlo cellare,
ché de voler senza vui non sezorno».
BIAGIO AULIVERII
venerdì 18 gennaio 2013
martedì 27 novembre 2012
Amor, che lungiamente m'ài menato
Amor, che lungiamente m’ài menato
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retine, in pietanza,
chè soperchianza - m’a vinto e stancato;
c’ò più durato - ch’eo non ò possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che non fa assessino asorcuitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este affanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare;
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, - prenda voi merzide,
che ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze ciera co sguardo soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
trajete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra - e gran trataglia nd’ avi:
ca si gran travi - poco ferro serra,
e poca pioggia grande vento aterra,
però, madonna, non vi ’ncresca gravi,
s’Amor vi sforza, c’ogni cosa inserra;
chè certa no gli è troppo disinore
quand’omo è vinto da un suo megliore,
e tanto più da Amor che vince tutto.
Però non dutto - c’Amor non vi dismova
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran belleza
orgoglio non convegna e stiavi beni,
c’a bella donna orgoglio ben conveni,
che si manteni - in pregio ed in grandeza.
Troppa altereza - è quella che sconveni;
di grande orgoglio mai ben non aveni.
Però, madonna, la vostra dureza
convertasi in pietanza e si rinfreni;
non si distenda tanto ch’io ne pera.
Lo sole è alto, si face lumera,
e via più quanto ’n altura pare:
vostro orgogliare, - per zo, e vostra alteze
fac[i]ami pro’ e tornimi in dolceze.
E’ allumo dentro e sforzo in far semblanza
di non mostrar zo che lo meo cor senti.
Oi quant’è dura pena al cor dolenti
stare tacenti - e non far dimostranza!
Chè la pesanza - a la ciera consenti,
e fanno vista di lor portamenti,
cosi son volentieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramenti.
Forza di senno è quella che soverchia
ardir di core, asconde ed incoverchia.
Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare - ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n errore.
Amor fa disviare li più saggi,
e chi più ama a pena à in sè misura;
più folle è quello che più si ’nnamura.
Amor non cura - di far suoi dannaggi,
ca li coraggi - mette in tal calura,
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ lor cominciamenti per natura.
Dunque, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra man dentro e di fore,
ch’Amor mi sbatte e smena che no abento,
sì come vento - smena nave in onda.
Voi siete meo pennel che non affonda.
GUIDO DELLE COLONNE
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retine, in pietanza,
chè soperchianza - m’a vinto e stancato;
c’ò più durato - ch’eo non ò possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che non fa assessino asorcuitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este affanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare;
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, - prenda voi merzide,
che ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze ciera co sguardo soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
trajete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra - e gran trataglia nd’ avi:
ca si gran travi - poco ferro serra,
e poca pioggia grande vento aterra,
però, madonna, non vi ’ncresca gravi,
s’Amor vi sforza, c’ogni cosa inserra;
chè certa no gli è troppo disinore
quand’omo è vinto da un suo megliore,
e tanto più da Amor che vince tutto.
Però non dutto - c’Amor non vi dismova
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran belleza
orgoglio non convegna e stiavi beni,
c’a bella donna orgoglio ben conveni,
che si manteni - in pregio ed in grandeza.
Troppa altereza - è quella che sconveni;
di grande orgoglio mai ben non aveni.
Però, madonna, la vostra dureza
convertasi in pietanza e si rinfreni;
non si distenda tanto ch’io ne pera.
Lo sole è alto, si face lumera,
e via più quanto ’n altura pare:
vostro orgogliare, - per zo, e vostra alteze
fac[i]ami pro’ e tornimi in dolceze.
E’ allumo dentro e sforzo in far semblanza
di non mostrar zo che lo meo cor senti.
Oi quant’è dura pena al cor dolenti
stare tacenti - e non far dimostranza!
Chè la pesanza - a la ciera consenti,
e fanno vista di lor portamenti,
cosi son volentieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramenti.
Forza di senno è quella che soverchia
ardir di core, asconde ed incoverchia.
Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare - ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n errore.
Amor fa disviare li più saggi,
e chi più ama a pena à in sè misura;
più folle è quello che più si ’nnamura.
Amor non cura - di far suoi dannaggi,
ca li coraggi - mette in tal calura,
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ lor cominciamenti per natura.
Dunque, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra man dentro e di fore,
ch’Amor mi sbatte e smena che no abento,
sì come vento - smena nave in onda.
Voi siete meo pennel che non affonda.
GUIDO DELLE COLONNE
lunedì 1 ottobre 2012
Amor m'a priso
Amor m'a priso e incarnato tutto,
e a lo core di sé fa posanza,
e di ciascuno menbro tragge frutto,
dapoi che priso à tanto di possanza.
Doglia, onta, danno àme condutto
e del mal meo mi fa 'ver disïanza,
e del ben di lei spietato m'è 'n tutto:
sì meve e ciascun c'ama à 'n disdegnanza;
Spessamente il chiam'e dico: «Amore,
chi t'à dato di me tal signoraggio,
ch'ài conquiso meo senno e meo valore?»
Eo prego che.tti facci meo messaggio
e che vadi davante 'l tuo signore
e d'esto convenente lo fa' saggio.
GUITTONE D'AREZZO
sabato 22 settembre 2012
Amore è uno desi[o] che ven da' core
Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:
ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
JACOPO DA LENTINI
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:
ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
JACOPO DA LENTINI
mercoledì 3 agosto 2011
Versus ad regem precando - Preghiera a Carlo Magno
Verba tui famuli, rex summe, adtende sereus,
respice et ad fletum cum pietate meum.
Sum miser, ut mereor, quantum vix ullus in orbe est;
semper inest luctus, tristis et hora nihi.
Septimus annus adest, ex quo nova causa dolores
multiplices generat et mea corda quatit.
Captivus vestris extunc germanus in oris
est meus, afflicto pectore, nudus, egens.
Illius in patria coniunx miseranda per omnes
mendicat plateas ore tremente cibos.
Quattuor hac turpi natos sustentat ab arte,
quos vix pannuciis praevalet illa tegi.
Eat mihi, quae prims Christo sacrata sub annis
excubat, egregia simplicitate soror:
haec sub sorte pari luctum sine fine retentans
privata est oculis iam prope flendo suis.
Quantulacunque fuit, direpta est nostra suppellex,
nec est, heu, miseris qui ferat ullus opem.
Coniunx est fratris rebus exclusa paternis,
iamque sumus servis rusticitate pares.
Nobilitas perit miseris, accessit egestas:
debuimus, fateor, asperiora pati.
Sed miserere, potens rector, miserere, precamur,
et tandem finem his, pic, pone malis !
Captivum patriae redde et civilibus arvis,
cum modicis rebus culmina redde simul,
mens nostra ut Christo laudes in saecla frequentet,
reddere qui solus praemia digna potest.
O re grande, ascolta benigno le parole del tuo servo,
guarda con pietà al mio pianto.
Sono infelice quanto nessun altro al mondo, come mi merito;
vivo sempre nel lutto e la mia vita prosegue tristemente.
È il settimo anno da che una causa inattesa mi provoca
dolori senza fine, scuotendo il mio cuore.
Da allora, nelle tue terre, mio fratello è prigioniero,
affranto nell'animo, nudo e senza mezzi.
La sposa miseranda in patria per tutte le piazze
chiede senza tregua del cibo con voce tremante.
Così amaramente provvede ai quattro figlioli,
e a stento riesce a ricoprirli di miseri panni.
Ho anche una sorella dagli anni della giovinezza a Cristo
consacrata, un animo di raro candore il suo:
la sorte per lei è di un'uguale trsitezza e vive un dolore senza fine,
il pianto dirotto le ha quasi tolto la vista.
I nostri beni, per quanto modesti, sono stati trafugati,
non esiste, ahimè, chi porti aiuto ai miseri.
La sposa del fratello è esclusa dai beni paterni,
e la nostra miseria ci fa simili ormai ai servi.
Caduta la nobiltà, per i miseri si è aggiunta l'indigenza.
Avremmo dovuto patire, confesso, mali più duri.
Ma tu, che tutto reggi, abbi di noi pietà, ti preghiamo,
poni fine ai nostri mali, o clemente.
Restituisci il prigioniero alla patria e alla terra
degli avi e con poche cosr ridaglli anche un tetto
perché la nostra anima celebri per sempre le lodi al Cristo,
che solo può darr la giusta ricompensa.
PAOLO DIACONO
martedì 31 maggio 2011
Moderni perspicaciores sunt quam antiqui,
sed non sapientiores...
sumus quasi nanus aliquis humeris gigantis superpositus
..plura videmus antiquis, quia scripta nostra parva
et magnis operibus superaddita,
sed non ex ingenio et labore nostro, immo illorum.
I moderni sono più perspicaci degli antichi,
ma non più sapienti...
siamo come un nano sulle spalle di un gigante...
vediamo più degli antichi perché i nostri piccoli scritti
si aggiungono a grandi opere:
il tutto, però, risulta non dal nostro ingegno e
dalla nostra fatica, ma dalla loro.
GUGLIELMO DI CONCHES
lunedì 10 gennaio 2011
Aut lego vel scribo - O leggo o scrivo
Aut lego vel scribo, doceo scrutorve sophiam,
obsecro celsithronum nocte dieque meum.
Vescor, poto libens, rithmizans invoco Musas,
dormisco stertens, oro deum vigilans.
Conscia mens scelerum deflet peccamina vitae:
parcite vos misero, Christe, Maria, viro!
O leggo oppure scrivo, imparo e verifico la saggezza,
di giorno e di notte imploro il mio celeste signore.
Mangio, bevo volentieri, componendo versi invoco le Muse,
dormo russando, quando sto sveglio prego Iddio.
Conscia dei peccati, l'anima piange gli errori del vivere:
Cristo, Maria, abbiate pietà di un poveraccio come me!
SEDULIO SCOTO
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